Anche oggi ho corso i miei soliti 9 km che fare di più mi sembra di fare troppa fatica e fare di meno mi sembra di non aver fatto nulla, pia illusione..
Le gambe girano molto meglio di ieri, a dire il vero, e la fatica è molta meno. Sarà questo sole che mi riscalda un po' i muscoli, oltrechè migliorare l'umore in maniera esponenziale...
Poi, questo periodo, questo dicembre, mi ricorda sempre un dicembre di ormai cinque anni fa'.
La mia prima garetta podistica, una tapasciata, una scusa lunga 8 km per mangiare dopo la fetta di panettone per qualcuno, ma per me, una cosa terribilmente seria.
Otto chilometri a 5'15'' che mi sembrava di aver volato, non corso.
Come cambiano le prospettive.
Neanche per un momento, allora, nel dovermi cambiare al freddo e al gelo, dopo la corsa ho pensato: "questi son tutti pazzi".
Neanche per un attimo, allora, nello spingermi su per quel misero cavalcavia, ho pensato di mettermi a camminare.
"Il podista che cammina in salita è un podista inefficiente" avevo letto da qualche parte. Inefficiente a me? Piuttosto crepo ma vado su correndo.
Chiaramente l'idea di salita è stata rivisitata e rivista, ma comunque quella frase non c'è verso che me la dimentico.
Come non c'è verso che dimentichi altre cose, ma è la mia memoria a scegliere, non io. O almeno non consapevolmente.
Mi devo impegnare per ricordare qualcosa: mi piacerebbe ricordare per esempio il sorriso della Bozzola mentre ieri sera dava il bacetto della buonanotte a Ico, suo fratello, e il tono gioioso con cui lui la saluta e la chiama.
Queste sono le cose che voglio ricordare.
Come quel paio d'occhi verdi, che in quel mattino gelido di cinque anni fa', non mi si scollavano di dosso, fermi, indiscreti, quasi curiosamente consapevoli.
E io lì, a farmi ipnotizzare, come il topo col gatto.
E oggi e uguale, anche se nessuno ci avrebbe dato un soldo, allora..
E oggi uguale, anche se forse in fondo il gatto oggi sono io.
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giovedì 6 dicembre 2012
mercoledì 24 ottobre 2012
“Tutto bene, grazie. E tu?”
Un incontro anomalo ieri sera, alla cassa del supermercato, con un amico di quelli che quando esci dal giro poi non li rivedi più, uno di quelli che quando le cose cambiano, loro pure cambiano: atteggiamento, opinione e anche modo e maniera di guardarti se si degnano di rendersi conto che ancora esisti.
Un amico per modo di dire insomma, anche se qualche esperienza insieme è stata condivisa e tutto il resto che sarebbe potuto essere e non è stato perché guarda a caso era amico di quello che è stato il tuo ex.
Mi guarda, esamina me, gonna e stivali, il carrello pieno di verdura dove il mio Ico saltella sorridente, il mio meraviglioso marito che adagia i prodotti sul nastro, e fa’ una smorfietta di quelle che non significa nulla.. o forse tutto.
“Come stai?” mi chiede.
Ma la sua espressione nel guardarmi è già di per sé una sintesi della risposta che potrei dargli.
“Mi dicono che sei diventata una che corre seriamente..”.
Sorrido e ripiombo nell’assillo di quello che è stato cinque anni fa’.
Una pozzanghera melmosa in cui mi sono trascinata annaspando, determinata solo a continuare una cosa bella che avevo appena iniziato a fare: correre.
Sebbene tutto il mio entourage di “mojtomani” mi prendesse un po’ per scampanata.
In fondo è così che sono le donne quando si lasciano con l’uomo, il marito, il compagno.
Incerte. Confuse.
E io lo ero, e molto.
L’impressione che avevo era che mi guardassero tutti stranamente, come fossi una foglia che nel vento descrive voli bizzarri e un po’ pindarici. Con degnazione.
“Passerà” o “Vedrai che fra poco starai meglio” e “Ma se l’hai lasciato tu!!” come se una scelta sofferta fosse sintomo di una diversa intensità di dolore o rimorso.
Come se non rappresentasse il fallimento che era.
E poi ritrovarmi nella sera, a correre.
Senza nessun tipo di finalità se non quella di calmarmi, tranquillizzarmi.
Il mio training autogeno.
E ritrovarmi così stanca da poter finalmente dormire di nuovo, senza sonniferi.
La mia terapia.
Ci sono voluti nove mesi, prima che fossi pronta, non ad una gara, ma alla vita.
“Tutto bene, grazie. E tu?”
Un amico per modo di dire insomma, anche se qualche esperienza insieme è stata condivisa e tutto il resto che sarebbe potuto essere e non è stato perché guarda a caso era amico di quello che è stato il tuo ex.
Mi guarda, esamina me, gonna e stivali, il carrello pieno di verdura dove il mio Ico saltella sorridente, il mio meraviglioso marito che adagia i prodotti sul nastro, e fa’ una smorfietta di quelle che non significa nulla.. o forse tutto.
“Come stai?” mi chiede.
Ma la sua espressione nel guardarmi è già di per sé una sintesi della risposta che potrei dargli.
“Mi dicono che sei diventata una che corre seriamente..”.
Sorrido e ripiombo nell’assillo di quello che è stato cinque anni fa’.
Una pozzanghera melmosa in cui mi sono trascinata annaspando, determinata solo a continuare una cosa bella che avevo appena iniziato a fare: correre.
Sebbene tutto il mio entourage di “mojtomani” mi prendesse un po’ per scampanata.
In fondo è così che sono le donne quando si lasciano con l’uomo, il marito, il compagno.
Incerte. Confuse.
E io lo ero, e molto.
L’impressione che avevo era che mi guardassero tutti stranamente, come fossi una foglia che nel vento descrive voli bizzarri e un po’ pindarici. Con degnazione.
“Passerà” o “Vedrai che fra poco starai meglio” e “Ma se l’hai lasciato tu!!” come se una scelta sofferta fosse sintomo di una diversa intensità di dolore o rimorso.
Come se non rappresentasse il fallimento che era.
E poi ritrovarmi nella sera, a correre.
Senza nessun tipo di finalità se non quella di calmarmi, tranquillizzarmi.
Il mio training autogeno.
E ritrovarmi così stanca da poter finalmente dormire di nuovo, senza sonniferi.
La mia terapia.
Ci sono voluti nove mesi, prima che fossi pronta, non ad una gara, ma alla vita.
“Tutto bene, grazie. E tu?”
lunedì 15 ottobre 2012
Panta rei
Tutto passa, tutto scorre, tutto si trasforma.
Senza fare della filosofia spicciola si va’ avanti comunque; anche senza essere per forza cinici e disincantati, è vero che chi resta dimentica.
Sono andata al funerale, doverosamente, ma al cimitero, no.
Non ho voluto, non mi sono voluta infliggere più pena di quanta già non ne provassi.
Già è stata dura così, ritrovarmi ad esempio a due metri dalle mie cugine, che non mi hanno risparmiato a suo tempo insulti e maldicenze e che, nel momento del cordoglio più mio che loro, visto che la nonna l’avranno vista si e no due volte negli ultimi sei anni, vengono a cercarmi per un abbraccio consolatorio. Non ho bisogno di capire nè di perdonare.
Ho alzato il viso pieno di lacrime e ho fatto finta di non vederle.
Non sono un’ipocrita e purtroppo non sono nemmeno diplomatica. Non voglio fingere un affetto che non provo e non ho bisogno di un abbraccio falso, dopo anni di silenzio.
Il giorno dopo si, sono andata a cercarla, nel silenzio del camposanto, con i fiori smossi dal vento sulla tomba spoglia, ma lei non c’era lì.
Lei c’è senz’altro di più quando esco quel quarto d’ora la sera, dopo che ho messo a posto casa, quando Ico gioca nella sua stanza e il Principe consorte galleggia beato nell’idromassaggio.
Io mi avvolgo nel pile ed esco nel cortile già buio, per dieci minuti, e allora come se un’onda fosse passata davanti ai miei occhi, riesco a rivederlo com’era trent’anni fa’, con i grandi vasi in cemento pieni di piante e fiori di ogni tipo, l’altalena in ferro già arrugginita, l’orto con gli odori e il pezzo di vigna che non faceva mai uva.
Col cemento che odorava di caldo in estate e il portico brinato di giaccio in inverno, dove minuscole stalattiti pendevano dalle travi più esposte.
Con i ranuncoli che spuntavano dalla neve e le rose, rose dappertutto, che in maggio ammorbavano l’aria.
Dieci minuti poi il velo cala di nuovo e tutto torna com’è ora.
Né meglio né peggio.
Solo diverso, perché “panta rei”.
giovedì 11 ottobre 2012
11 ottobre
È da lei che ho preso i capelli rosseggianti, la pelle chiara e gli occhi grandi e acquosi, la cocciutaggine e (lo ammetto) la prepotenza.
Un donnino rosso anche nell’anima, che non ha mai amato i preti anche se le chiese le piacevano un sacco ed era una devota di Santa Rita, la sua patrona.
Come a me, le piaceva leggere, anche se per lei il non plus ultra erano i fotoromanzi.
Era un donnino energico, litigava sempre con mio padre perennemente in competizione per i gerani più belli, le piante più verdi e la frutta più buona.
Se n’è andata stanotte, il giorno del mio compleanno.
giovedì 26 luglio 2012
Eureka..
Eureka!
Da quando ho visto quella di Poison , l'ho cercata disperatamente.
Cioè, ho cercato le foto del viaggio di nozze.. e cerca, cerca, cerca... finalmente le ho trovate.
Nel riguardale tutte mi sono accorta di com'ero meravigliosamente sorridente e felice, che ci sta, in un viaggio di nozze. Ma non era solo quello..
Abbiamo avuto un ultimo anno micidiale.
Anche stamattina, ci pensavo, mentre correvo.
E oltre a riflettere sul fatto che mi fanno davvero male le gambe, soprattutto il quadricipite (quindi per domenica prevedo una bella faticata, ma soprattutto una tattica di gara prudente), pensavo a come siamo cambiati in questi due anni, a quanti problemi abbiamo dovuto fronteggiare e a come ci hanno segnato.
Ma non lascerò che questo sorriso si spenga.
E questa è la mia prossima gara-obiettivo, caro il mio Principe consorte!
venerdì 13 luglio 2012
il cristallo e il patto segreto
Ho etichettato questo post come "riflessioni". Ultimamente ho riflettuto sul fatto che rifletto troppo e corro troppo poco, il che forse non mi fa' bene. Dovrei piantarla lì di riflettere che tanto mi si consumano cellule cerebrali per niente, in uno sforzo improduttivo.
Sono venuta a sapere da mia madre, con la quale ancora ci parliamo, anche se con una certa accuratezza di toni che non fa' presagire nulla di buono (la quiete prima della tempesta), che mio cugino si è lasciato con la moglie.
Anzi, mi dice con una certa maligna soddisfazione che lei, una bionda bellissima, lo ha piantato. Sarà che mia madre ce le ha sempre avute sul gozzo le donne belle, lei convinta di non esserlo.
Erano una coppia davvero bella: mi sembravano invidiabilmente perfetti insiemi, con gli stessi toni dorati e quel sorriso complice di due compagni di giochi.
Neanche a dirlo, un lavoro insieme e una figlia insieme, una piccola meraviglia che assomiglia tutta al Tubo o viceversa.
Chissà cos'è successo.
Non che sia indispensabile saperlo, immagino che sia la vita, semplicemente. Si cambia.
Sapere che avevano avuto grosse difficoltà per via dei genitori di lui, invece, quello si che mi fa' rabbrividire.
L'umana comprensione e sopportazione ha un limite.
Quello mi spaventa.
Siamo fragili, come cristallo.
Che poi chissà, in una coppia per perfetta che sia (o che sembri) c'è sempre qualcosina che non va'.
E' tutto un gran lavoro di smussature, limature, di sostegno reciproco, di bisogni, di sopportazione, di mediazione. E di gioia, piacere, affetto. Ma le proporzioni?
E' questo il patto segreto? Tu mi prendi così come sono e io ti prendo così come sei.
Ma come sono? E come sei?!
E se cambio, sarai capace di seguire il mio cambiamento, di anticiparlo, prevederlo, di sopportarlo?
Mi vorrai ancora? Ti vorrò ancora?
Considerazioni futili perchè tanto le scelte sono state già fatte, non resta che aspettare e godersi il viaggio, anche se a volte il percorso si fa' difficile.
Mi aspetta, ancora una volta, un fine settimana di preparativi per il trasloco.
Ma il prossimo no, però eh.. che siamo nati per soffrire, ma fino ad un certo punto..
Voglio correre e fare sport e svagarmi.
Sarà un atteggiamento adolescenziale, ma me ne frego.
In questo, fragili o no, siamo molto concordi.
Sono venuta a sapere da mia madre, con la quale ancora ci parliamo, anche se con una certa accuratezza di toni che non fa' presagire nulla di buono (la quiete prima della tempesta), che mio cugino si è lasciato con la moglie.
Anzi, mi dice con una certa maligna soddisfazione che lei, una bionda bellissima, lo ha piantato. Sarà che mia madre ce le ha sempre avute sul gozzo le donne belle, lei convinta di non esserlo.
Erano una coppia davvero bella: mi sembravano invidiabilmente perfetti insiemi, con gli stessi toni dorati e quel sorriso complice di due compagni di giochi.
Neanche a dirlo, un lavoro insieme e una figlia insieme, una piccola meraviglia che assomiglia tutta al Tubo o viceversa.
Chissà cos'è successo.
Non che sia indispensabile saperlo, immagino che sia la vita, semplicemente. Si cambia.
Sapere che avevano avuto grosse difficoltà per via dei genitori di lui, invece, quello si che mi fa' rabbrividire.
L'umana comprensione e sopportazione ha un limite.
Quello mi spaventa.
Siamo fragili, come cristallo.
Che poi chissà, in una coppia per perfetta che sia (o che sembri) c'è sempre qualcosina che non va'.
E' tutto un gran lavoro di smussature, limature, di sostegno reciproco, di bisogni, di sopportazione, di mediazione. E di gioia, piacere, affetto. Ma le proporzioni?
E' questo il patto segreto? Tu mi prendi così come sono e io ti prendo così come sei.
Ma come sono? E come sei?!
E se cambio, sarai capace di seguire il mio cambiamento, di anticiparlo, prevederlo, di sopportarlo?
Mi vorrai ancora? Ti vorrò ancora?
Considerazioni futili perchè tanto le scelte sono state già fatte, non resta che aspettare e godersi il viaggio, anche se a volte il percorso si fa' difficile.
Mi aspetta, ancora una volta, un fine settimana di preparativi per il trasloco.
Ma il prossimo no, però eh.. che siamo nati per soffrire, ma fino ad un certo punto..
Voglio correre e fare sport e svagarmi.
Sarà un atteggiamento adolescenziale, ma me ne frego.
In questo, fragili o no, siamo molto concordi.
venerdì 10 febbraio 2012
di cose che non si possono capire
Ieri mi sono letta tutta la sentenza che assolve “per non aver
commesso il fatto” i due principali imputati, tra i sette e ripeto sette, tra medici del pronto soccorso e
radiologi, che nei primi giorni di un gennaio di un paio d’annetti fa’ hanno
avuto in cura una mia cara amica e che, non avendo capito niente, nemmeno che
fosse moribonda, l’hanno dapprima dimessa e poi, al secondo ricovero in pronto
soccorso, dopo averle assegnato un “codice verde”, l’hanno lasciata morire su
una barella.
Onestamente, pur facendo tutti gli sforzi possibili e
immaginabili, non riesco a capire la valenza di questa sentenza.
Sette medici che non riescono a realizzare che davanti a loro c’è
una persona che non ha un’influenza, che non ha un trauma e, infatti le lastre
non evidenziano fratture di sorta, ma che sta male, seriamente male.
Nessuno si fa’ una domanda di più, le fanno gli esami di routine
(e a dir la verità, se magari già al primo ricovero le avessero fatto anche un
esame del sangue, forse qualche allarme sarebbe scattato, ma nessuno ritiene
opportuno approfondire) e se la sbrigano mandandola a casa con un
antiinfiammatorio e un antidolorifico.
E la condannano a morte, perché quando torna in ospedale, è già in
buona sostanza moribonda. Per sfortuna, perché “non ci sono prove che lei
presentasse già i sintomi di sepsi”, quella sepsi che l’ha uccisa.
E sfortuna vuole che stia cambiando il turno e che la dottoressa
che la prende in carico alle otto non si accorge nemmeno che ha davanti una
morente.
E nonostante la suddetta sentenza sia piena di considerazioni sul
pressapochismo, sulla superficialità dell’operato dei sanitari, vanno tutti
assolti “perché il fatto non sussiste”.
Il radiologo ha risposto ai quesiti tecnici, quindi ha fatto il
suo dovere, la dottoressa ha chiamato l’infettivologo, che poi è arrivato
quattro ore dopo, ma ha fatto il suo dovere.
Risultato: la paziente è morta. Ma
il fatto non sussiste.
Dice la sentenza, lei era comunque condannata. Perché? Perché
quando è stata ricoverata per la prima volta, due giorni prima, quando ancora
si sarebbe potuta salvare, nessuno ha capito che aveva qualcosa di molto più
grave di un’influenza o di una contusione alla spalla.
Aveva una sepsi. Un’infezione grave (e mi vengono i brividi,
perché l’anno dopo è toccata pure a me) ma, nessuno dei medici, dai quei
sintomi (così dicono), avrebbe potuto capirlo, ipotizzarlo, pensarlo.
Ma ora io mi chiedo, cosa ci stanno a fare
allora i medici, se non possono capire mai niente? Se non possono fare mai niente?
E dico, ora, non è tanto per la punizione in sé, ma è la
valutazione dell’operato di un sanitario che non si accorge che una persona le
sta morendo sotto il naso.
E, infatti, lei, sfortunata, è morta nel pomeriggio, in un’agonia
e tra sofferenze che potevano essere lenite, almeno.
Una morte che se pur fosse stata inevitabile, poteva essere
procrastinata. Almeno.
Io non so se dormirei tanto bene di notte, se fossi la dottoressa Pinco
Palla , che se l’è avuta davanti per tutto il suo turno, e non
ha capito niente di quello che stava succedendo.
Ma è un mio personalissimo pensiero, ecco.
Non siamo qui per attribuire colpe, ma per capire. Capire come si possano evitare queste inutili tragedie. Eppure non ce la facciamo. Eppure, come ha detto il suo papà, sembra quasi che sia stata colpa sua, che non è ritornata in ospedale anche il giorno dopo il primo ricovero, o che la sua diagnosi non sia stata capace di farsela da sè.
Non siamo qui per attribuire colpe, ma per capire. Capire come si possano evitare queste inutili tragedie. Eppure non ce la facciamo. Eppure, come ha detto il suo papà, sembra quasi che sia stata colpa sua, che non è ritornata in ospedale anche il giorno dopo il primo ricovero, o che la sua diagnosi non sia stata capace di farsela da sè.
mercoledì 31 agosto 2011
vacanze
sono finite...
e beh, si sa, le cose belle finiscono presto... sempre troppo presto!
ma quest'anno sono state comunque particolarmente lunghe e godibili e belle: un sogno nella natura che più incontaminata di così è difficile da trovare, nella solitudine verdissima ad alta delle Alpi, nel silenzio degli spazi aperti e nel suono della nostra serenità.
sono cominciate e finite nell'insegna della fatica: per me il "Cervino XTrail", 43 km di sentieri di montagna, il 06 agosto, dove sono arrivata al traguardo nonostante il brutto tempo, la fatica e nonostante il fatto che io ami poco, veramente poco e mai come ora me ne sono resa conto, il trail.
per il Principe consorte appuntamento a Chamonix con l'Ultra Trail du Mont Blanc, UTMB edizione 2011, particolarmente dura per le avverse condizioni climatiche e l'aumentato chilometraggio (da 166 a 171 chilometri percorsi).
un trionfo soprattutto per lui; una bella esperienza con un bel risultato per me.
e per le due settimane restanti, tanto spazio per il nostro minuscolo terremoto, un nanetto simpatico al di là di ogni possibile immaginazione, che si sta rivelando anche una personcina potenzialmente intelligente.
che sia bello, beh.. ha preso tutto dalla mamma...!
.....Puff..!! (spariti)
e beh, si sa, le cose belle finiscono presto... sempre troppo presto!
ma quest'anno sono state comunque particolarmente lunghe e godibili e belle: un sogno nella natura che più incontaminata di così è difficile da trovare, nella solitudine verdissima ad alta delle Alpi, nel silenzio degli spazi aperti e nel suono della nostra serenità.
sono cominciate e finite nell'insegna della fatica: per me il "Cervino XTrail", 43 km di sentieri di montagna, il 06 agosto, dove sono arrivata al traguardo nonostante il brutto tempo, la fatica e nonostante il fatto che io ami poco, veramente poco e mai come ora me ne sono resa conto, il trail.
per il Principe consorte appuntamento a Chamonix con l'Ultra Trail du Mont Blanc, UTMB edizione 2011, particolarmente dura per le avverse condizioni climatiche e l'aumentato chilometraggio (da 166 a 171 chilometri percorsi).
un trionfo soprattutto per lui; una bella esperienza con un bel risultato per me.
e per le due settimane restanti, tanto spazio per il nostro minuscolo terremoto, un nanetto simpatico al di là di ogni possibile immaginazione, che si sta rivelando anche una personcina potenzialmente intelligente.
che sia bello, beh.. ha preso tutto dalla mamma...!
.....Puff..!! (spariti)
venerdì 29 luglio 2011
bilancia e bilanci
Stamattina ho trovato il coraggio e sono salita sulla bilancia.
Era da un po' che rimandavo l'appuntamento e, facendolo, ripensavo a quando mi pesavo tutti i giorni, ossessivamente, mattino e sera, e leggendo sul display le rassicuranti cifre 46 e 45, contenta come una Pasqua, mi preparavo per cena yogurt e mezzo cetriolo.
Non che io pensi di essere stata l’unica ad avere un passato, nemmeno troppo distante nel tempo, di mezza anoressia. Solo mezza, non sono mai riuscita a fare le cose troppo per bene, per esempio non mi è mai riuscito di infilarmi un dito in gola..
Tutto è cominciato quando mi sono vergognata di me stessa guardando delle mie fotografie dove ero in costume: ero effettivamente bella in carne. In sovrappeso, sicuramente. E chissà cos’è successo, mi si è accesa una lucina folle nel cervello e ho smesso di mangiare.
Come perdere 10 chili in un mese e mezzo: non mangiando, chiaro.
Ad aprile pesavo 57 chili e a luglio 47, in discesa libera, in picchiata.
Ah, l’euforia di avere perfettamente il controllo della situazione sul proprio corpo…!
Poi, arrivata a 43 chili, con un menù giornaliero da detenuta alla Cayenne, ho realizzato che cominciavo a correre qualche serio rischio e ho cominciato a correre.
Sembrerà un controsenso, ma è stata la mia redenzione, perché “per correre bisogna mangiare”, tanto per citare una frase che una delle nostre meravigliose atlete azzurre di ultramaratona ha proferito a due metri da me, seduta al tavolo del ristorante, con un piatto infinito di bruschette davanti.
E in effetti, cominciando a correre ho ripreso chili, massa muscolare e un po’ più di serenità, il che non guasta.
Perciò, quando stamattina sulla bilancia ho letto una cifra che non mi piace particolarmente, sto comunque tranquilla.
Dovrò perdere due chili, se voglio correre questa maratona ad un buon ritmo, perché per correre forte bisogna essere leggere leggere, ma so anche che aumentando il chilometraggio in allenamento, gradualmente, succederà, senza che io mi debba privare di nulla.
È una buona cosa.
....
....
mercoledì 20 luglio 2011
Mellone
no, non è sbagliato. è proprio così.
mellone, o meglio gelo di mellone. praticamente ormai viviamo solo di quello, che è un meravigioso dolce tipico siciliano, fatto con il succo di anguria che 'sti siciliani cocciuti si ostinano a chiamare "mellone"! e poi il melone lo chiamano "cantalupo"..!
mellone, o meglio gelo di mellone. praticamente ormai viviamo solo di quello, che è un meravigioso dolce tipico siciliano, fatto con il succo di anguria che 'sti siciliani cocciuti si ostinano a chiamare "mellone"! e poi il melone lo chiamano "cantalupo"..!
bah, roba da non credere.
e poi a me, l'anguria non è mai piaciuta e invece, fatta così, gelatinosa e dolce, è buonissima.comunque dicevo, viviamo pressapoco solo di quello e dei pomodori e zucchine che l'orto produce in sovrabbondanza.
in questi giorni siamo in un parco regime di autosufficienza stretta, se non per Tubo che comunque integra col suo buon piatto di semolino.
ma che meraviglia però mettersi in bocca un pomodoro colto direttamente dalla pianta ancora caldo di sole o gustare un cucchiano aromatico e speziato di questo dolce semplice e buonissimo!
inutile dire che ho già stilato una (lunga) lista di dolci e pietanze che assaggerò a novembre. per fortuna che dopo la maratona ho due giorni di ferie.. per recuperare le mangiate, mica lo sforzo!
martedì 7 giugno 2011
E sto pensando a…
alla pioggia che cade incessantemente sulle mie zucchine che saran piene d’acqua, anche troppo..
alla rosa rossa che c’era sul vassoio della colazione stamattina. Colazione a letto, un bacio e una rosa...
alla me stessa di due anni fa’, appena sposata, già incinta senza saperlo. Felice, senza saperlo…
al bimbo di quindici mesi che l’altra sera si faceva imboccare dalla sorella maggiore. È ben vero che quando ha fame non guarda in faccia a nessuno, ma per questa volta ha collaborato senza proteste di nessun tipo…
al mio ultimo arrivo su traguardo, con gli occhi fissi ad una maglia rossa che era lì ad aspettarmi. Alla mano, che mi ha teso per complimentarsi, e alla sua ultima proposta, una maratona in montagna da fare insieme.
Il suo modo di concepire il divertimento che per fortuna è anche il mio.
A volte chiediamo troppo.
A volte pensiamo di valere troppo poco.
A volte pensiamo di valere troppo poco.
E meritarsi tutto questo è difficile.
giovedì 28 aprile 2011
errori di gioventù
Ho frequentato l’università a 300 chilometri da casa. Mi ricordo ancora di aver scelto una facoltà un po’ di nicchia, per assicurarmi di non essere destinata alla città universitaria più vicina, in compagnia delle solite, note, tristi facce.
E così, via verso il grande nord, in una città freddissima d’inverno e caldissima d’estate, deserta alle sette di sera anche di venerdì e sabato, con i bar chiusi di domenica e il panettiere che non capisce cosa gli chiedi.
Per una diciannovenne, una tristezza infinita.
Per una diciannovenne, una tristezza infinita.
Mi ricordo perfettamente la prima lezione nella mia classe di approfondimento. Ciascuno di noi avrebbe letto un brano dal libro di testo di filosofia della scienza. Al momento in cui ho cominciato a leggere io, tutte le teste si son girate e persino l’insegnante mi ha fermato per chiedermi da dove venissi.
Dal Burundi. Avrei dovuto rispondere.
Ma all’epoca mi facevo mille problemi ad essere diversa, perciò per essere accettata fumavo le schifose sigarette che fumavano le mie compagne di corso e cercavo di stirarmi i capelli. Prendevo appunti di statistica, studiavo in biblioteca. Facevo corsi di computer e andavo in bicicletta sul lungo fiume.
Ho smesso presto. Al secondo anno, ne avevo già le tasche piene di gente che interagiva soltanto in dialetto e beveva grappa alle cinque di pomeriggio.
Ma all’epoca mi facevo mille problemi ad essere diversa, perciò per essere accettata fumavo le schifose sigarette che fumavano le mie compagne di corso e cercavo di stirarmi i capelli. Prendevo appunti di statistica, studiavo in biblioteca. Facevo corsi di computer e andavo in bicicletta sul lungo fiume.
Ho smesso presto. Al secondo anno, ne avevo già le tasche piene di gente che interagiva soltanto in dialetto e beveva grappa alle cinque di pomeriggio.
Di bello mi è rimasto il ricordo di due laghi incantevoli, degli altopiani assolati, dei mercatini di Natale e del “parampampoli” che chissà se qualcuno sa cos’è…
e chiaramente la consapevolezza di potercela fare da sola, la capacità di sapermi organizzare, di muovermi in autonomia.
e chiaramente la consapevolezza di potercela fare da sola, la capacità di sapermi organizzare, di muovermi in autonomia.
Ma forse avrei imparato lo stesso e avrei potuto risparmiarmi un po’ di quella sofferenza.
Il bello è che ho deciso io. Manco posso dare la colpa a qualcuno.
Che fregatura.
Che fregatura.
giovedì 21 aprile 2011
pezzettini
ogni tanto perdiamo dei pezzi.
che poi non succede niente, se uno se ne va' non è detto che sia un male.
però io ne sento la mancanza.
ecco.
mi avete fatto compagnia.
una piacevole compagnia.
e mi mancano questi pezzettini che se ne sono andati.
ecco.
che poi non succede niente, se uno se ne va' non è detto che sia un male.
però io ne sento la mancanza.
ecco.
mi avete fatto compagnia.
una piacevole compagnia.
e mi mancano questi pezzettini che se ne sono andati.
ecco.
A volte, ritorna
Abbiamo festeggiato.
E oggi si ritorna alla normalità, anche se ha un sapore un po’ più dolce del solito.
Ieri il Principe consorte mi ha mandato lo stesso sms di tre anni fa’.
L’ho riletto con una certa commozione e con un certo sgomento, nel constatare che si ricordava perfettamente il messaggio parola per parola e che dal messaggio stesso traspare chiarissimamente che non aveva neanche preso in considerazione l’idea di essere rimbalzato. Che presuntuoso!
E oggi si ritorna alla normalità, anche se ha un sapore un po’ più dolce del solito.
Ieri il Principe consorte mi ha mandato lo stesso sms di tre anni fa’.
L’ho riletto con una certa commozione e con un certo sgomento, nel constatare che si ricordava perfettamente il messaggio parola per parola e che dal messaggio stesso traspare chiarissimamente che non aveva neanche preso in considerazione l’idea di essere rimbalzato. Che presuntuoso!
Abbiamo cenato nello stesso posto dove eravamo stati allora, anche se l’atmosfera era inevitabilmente diversa, ma non in maniera sgradevole.
Siamo cambiati, non ci baciamo più a tutti i semafori rossi, ma nemmeno guardiamo ciascuno fuori dal nostro finestrino.
Mi ricordo un viaggio a Firenze, dove sono stata “appolipata” a lui dalla partenza all’arrivo… una pazza!
Ci manca un pizzico di quella magia, che ieri abbiamo recuperato, girando per la città in macchina e chiacchierando solo di noi, non di tosse, di febbre, di pannolini, della casa, dell’avvocato e di tutto il noiosissimo resto…
Mi ricordo un viaggio a Firenze, dove sono stata “appolipata” a lui dalla partenza all’arrivo… una pazza!
Ci manca un pizzico di quella magia, che ieri abbiamo recuperato, girando per la città in macchina e chiacchierando solo di noi, non di tosse, di febbre, di pannolini, della casa, dell’avvocato e di tutto il noiosissimo resto…
Ci manca, ma ce la ricordiamo.
E ogni tanto, ritorna.
E ogni tanto, ritorna.
mercoledì 20 aprile 2011
20 aprile 2011 tre anni
La perfezione non è di questo mondo
…però noi siamo ad un passo.
Lo so, è presuntuoso da parte mia azzardare un’affermazione del genere: è andare a cercarsi grane, è un peccato di “ubris”.
Non esiste nulla di perfetto, però noi siamo lì lì, siamo quanto più vicini si può essere.
Io e te siamo lì che ci stiamo lavorando, “siamo sul pezzo”.
Non esiste nulla di perfetto, però noi siamo lì lì, siamo quanto più vicini si può essere.
Io e te siamo lì che ci stiamo lavorando, “siamo sul pezzo”.
Abbiamo un sacco di grane: la casa, i bimbi, il nostro, la tua, e pensieri a bizzeffe. Ma noi siamo noi e siamo una forza piena di energia, come quando arriviamo insieme sul traguardo.
Lo vedo dai tuoi occhi quando ti svegli la mattina e trovi il tuo caffè sul comodino. È da tre anni che lo trovi lì, ma tu non lo dai per scontato.
Lo capisco quando torno a casa e trovo l’erba tagliata: tu che odi queste piccole e noiose incombenze, ma ti sforzi di farlo lo stesso, per noi.
Lo vedo dai tuoi occhi quando ti svegli la mattina e trovi il tuo caffè sul comodino. È da tre anni che lo trovi lì, ma tu non lo dai per scontato.
Lo capisco quando torno a casa e trovo l’erba tagliata: tu che odi queste piccole e noiose incombenze, ma ti sforzi di farlo lo stesso, per noi.
Per noi.
Perché sai che per mettere insieme un “noi” ci vuole pazienza, la stessa resistenza che hai su una gara di100 chilometri , la piena comprensione di sé stessi e di chi ti sta accanto e non solo la voglia di rotolarsi nel letto ogni volta che ci arriviamo svegli…
E quanto è cambiata la nostra vita da tre anni fa’..!
Insieme a te ho vissuto le esperienze più incredibili, più belle e appassionanti, le più vere. Mi sono studiata attraverso il tuo sguardo e mi sono vista per come sono. E mi sono impegnata. Per una volta nella vita non ho pestato il piedino per pretendere di più dagli altri, ma da me stessa. Come mi hai insegnato tu.
Noi due, che siam partiti da una pista di atletica e siamo arrivati a svegliarci alle quattro, come questa mattina, non per correre una “Ultra”, ma per consolare un poppante febbricitante;
noi due che abbiamo cominciato con ostriche e champagne e siam finiti alla pizza fuori una volta la settimana, quando gira bene;
noi due, zingari nell’anima con la valigia sempre pronta in macchina per il week end fuori ed ora piantiamo patate nell’orto nuovo dietro casa.
Perché sai che per mettere insieme un “noi” ci vuole pazienza, la stessa resistenza che hai su una gara di
E quanto è cambiata la nostra vita da tre anni fa’..!
Insieme a te ho vissuto le esperienze più incredibili, più belle e appassionanti, le più vere. Mi sono studiata attraverso il tuo sguardo e mi sono vista per come sono. E mi sono impegnata. Per una volta nella vita non ho pestato il piedino per pretendere di più dagli altri, ma da me stessa. Come mi hai insegnato tu.
Noi due, che siam partiti da una pista di atletica e siamo arrivati a svegliarci alle quattro, come questa mattina, non per correre una “Ultra”, ma per consolare un poppante febbricitante;
noi due che abbiamo cominciato con ostriche e champagne e siam finiti alla pizza fuori una volta la settimana, quando gira bene;
noi due, zingari nell’anima con la valigia sempre pronta in macchina per il week end fuori ed ora piantiamo patate nell’orto nuovo dietro casa.
Ma progettiamo la fuga, ma ci ritroviamo in pausa pranzo, quando chiudiamo la porta e lasciamo fuori, solo per una mezz’ora, il mondo con tutte le sue proposte e le sue noie.
Noi due.
giovedì 7 aprile 2011
casomai...
Ieri sera, davanti alla TV, mezza svenuta per le traversie varie della giornata, nonché un allenamento di spin bike in pausa pranzo, a vedere CASOMAI.
Non amo particolarmente Fabio Volo, che trovo espressivo come un pesce rosso, ma il film mi ha fatto riflettere su quello che NON voglio che accada nella mia vita.
Una coppia bella e perfetta che si scontra con la quotidianità della vita insieme. Figli, amici, parenti, difficoltà economiche. E scoppia.
Ad un certo punto ero veramente angosciata, mi sono pure girata verso il principe consorte per chiedergli se pure noi stavamo messi così.. in bilico...
a tentare di nuotare a delfino in un cucchiaino d’acqua: tanto per dire che non ce n’è.. tanto più che ieri sera il Tubo è praticamente svenuto alle otto dopo aver vomitato pappa ovunque.
Il colpo di grazia in una giornata normalmente micidiale.
a tentare di nuotare a delfino in un cucchiaino d’acqua: tanto per dire che non ce n’è.. tanto più che ieri sera il Tubo è praticamente svenuto alle otto dopo aver vomitato pappa ovunque.
Il colpo di grazia in una giornata normalmente micidiale.
E lui, il principe consorte, mi ha lanciato il suo principesco sorriso da brigante, che era da un po’ che non vedevo più aleggiare nell’aria, e mi son sentita un po’ meglio. Poco meglio a dire il vero.
Perché bisogna lavorarci a questa faccenda della coppia, non dare niente per scontato, neanche l’amore che c’è, c’è per carità, ma a volte bisogna ricordaserlo davanti allo specchio, come in una prova spettacolo “io sono innamorata di te”. Senza dire “ancora”.
Non dare niente per assodato: io ti amo e tu mi ami, ma se non ridiamo insieme, se non facciamo le cose insieme, se non decidiamo insieme che stiamo insieme a fare?
E poi, io senza di te, potrei vivere?
Nel mio egoismo egocentrismo mostruoso e micidiale mi vien da dire che si, potrei vivere. Ma magari non benissimo.
Ma magari vivo meglio con te, che mi tiri le coperte di notte e mi infili il tuo cuscino in mezzo alle gambe e che comunque, quando mi lanci il tuo principesco sorriso sghembo, mi vien voglia di metterti le manine sotto la maglietta e sentirti dire “ma che fai, sei impazzita… si fa’ tardi..”
Nel mio egoismo egocentrismo mostruoso e micidiale mi vien da dire che si, potrei vivere. Ma magari non benissimo.
Ma magari vivo meglio con te, che mi tiri le coperte di notte e mi infili il tuo cuscino in mezzo alle gambe e che comunque, quando mi lanci il tuo principesco sorriso sghembo, mi vien voglia di metterti le manine sotto la maglietta e sentirti dire “ma che fai, sei impazzita… si fa’ tardi..”
venerdì 25 febbraio 2011
il campo di papaveri
C’era una volta un campo che in primavera inoltrata si riempiva di splendidi papaveri.
Era vicino a casa mia e l’anno scorso abbiamo preso le biciclette, abbiamo messo il Tubo nel suo marsupio e via… tra le braccia del papà e della mamma, in mezzo ai papaveri rossi fruscianti nel vento.
Era vicino a casa mia e l’anno scorso abbiamo preso le biciclette, abbiamo messo il Tubo nel suo marsupio e via… tra le braccia del papà e della mamma, in mezzo ai papaveri rossi fruscianti nel vento.
In estate era un bel campo pieno di verde e d’autunno si spogliava del verde per riprendere i toni bruni del terreno circostante.
Era un grande campo, attraversato da una strada bianca e inghiaiata che portava ad una vecchia cascina.
Era un grande campo, attraversato da una strada bianca e inghiaiata che portava ad una vecchia cascina.
Ieri pomeriggio in pausa pranzo sono andata a correre e son passata accanto al campo di papaveri.
Non c’è più.
C’è un cantiere, piene di buche nel terreno spoglio e violentato, pieno di cemento e ferro, pieno di operai stolidi che mi urlavano dietro epiteti.
Che tristezza.
Che tristezza.
Lo so, lo scempio del cemento si compie ogni giorno accanto a noi e nessuno ci fa’ neppure più caso.
Ma è sempre un campo in meno e del cemento in più.
Saranno nuovi capannoni, nuovi centri commerciali?
Ma è sempre un campo in meno e del cemento in più.
Saranno nuovi capannoni, nuovi centri commerciali?
Non lo so, ma mi fa’ schifo.
Vorrei entrare in quel gigantesco cantiere pieno di camion e di sabbia e di betoniere e farlo saltare per aria.
Non lo farò, ma vorrei tanto.
Mi sentirei meglio, ma non si può.
Che peccato...
Vorrei entrare in quel gigantesco cantiere pieno di camion e di sabbia e di betoniere e farlo saltare per aria.
Non lo farò, ma vorrei tanto.
Mi sentirei meglio, ma non si può.
Che peccato...
mercoledì 19 gennaio 2011
EX
Ne ho parecchi, si insomma una modica cifra che a volte ho persino messo su nero su bianco, i miei scalpi appesi alla cintura.
Mi è sempre piaciuta la scena di Andie Mc Dowell che in “Quattro matrimoni e un funerale” li elenca tutti, uno per uno, rammentandone virtù, vizi e difetti, ma io non saprei proprio fare lo stesso, a parte qualcuno, i più importanti naturalmente, quelli che hanno segnato in qualche modo il mio modo di vedere la vita.
Che il primo non si scorda mai è tristemente vero: era un terribile prevaricatore incapace di trovare anche solo le sue tasche ma che voleva insegnarmi tutto. È durata fin troppo, ma all’epoca non avevo assolutamente le idee chiare su quello che dovrebbe essere un rapporto di coppia equilibrato. E poi avere il moroso era un must.
Bocciato.
Il secondo idem. Meno prepotente ma molto noioso. Molto ricco. Molto attaccato alla mamma.
Tre anni di patimento e poi via.
Tanti veloci storielle fino all’Amore con la A maiuscola.
Studente greco di medicina. Biondo, occhi azzurri, alto, arbitro di basket (non lo sapevo ma tutti i greci amano il basket).
Per lui ho imparato il greco, sono andata a conoscere la sua famiglia in Grecia e ho provato tutto quello smarrimento e stato confusionale che è la passione amorosa.
Studente greco di medicina. Biondo, occhi azzurri, alto, arbitro di basket (non lo sapevo ma tutti i greci amano il basket).
Per lui ho imparato il greco, sono andata a conoscere la sua famiglia in Grecia e ho provato tutto quello smarrimento e stato confusionale che è la passione amorosa.
Sta di fatto che era un terribile dongiovanni e la nostra relazione era impoverita da terribili litigi e scenate. Finita perché io sono andata a lavorare in Grecia e lui si è trovato un’altra perché non poteva stare da solo.
Io pure mi son trovata i miei divertissement. Un periodo di caos e poi di nuovo una relazione seria. Sposato. Micidiale. Bugiardo. Finita presto, ma mai troppo presto.
Dopodiché lo sportivo. Allenatore di nuoto, dolcissimo, carinissimo, sottomesso.
Dopo tre anni finisce perché non si sente pronto per qualcosa di serio.
Anche lì, c’è di mezzo la mamma.
Ma quanti danni fanno ‘ste mamme ai figli maschi.
Mi spaventa, un domani sarò una di loro.
E così, dopo una bolgia di avventure con dei personaggi improbabili, approdo tra le braccia del Principe Consorte.
I miei (amici, parenti, genitori) gridano al “Miracolo”.
Conoscendomi pensano che durerà molto poco e invece, siamo quasi al terzo anno insieme. A quanto pare per me nulla dura più di tre anni, vedremo se a questo giro smentisco la mia fama.
lunedì 17 gennaio 2011
Medaglia medaglia medaglia...
Premi. Quanto mi piacciono.
E voi direte “e a chi no?!”
Beh, a me piacciono molto, perché sono abituata bene.
Oggi sono stata premiata da un’amica blogger, non propriamente per meriti miei, perché essere premiati per i mille giorni trascorsi col principe, significa anche premiare il principe consorte: non è che io sia proprio un’acqua cheta.
Comunque, nel ringraziare doverosamente la Funambola, mi è venuta una botta di nostalgia di quando, quest’estate, correvo come una gazzella nelle nostre corsette di provincia e molto spesso andavo a premio.
Spessissimo. Tanto che il Principe consorte e la sorella runner sapevano che ci saremmo dovuti necessariamente fermare per la mia premiazione.
Nonostante il caldo, la fame e in certe sere torme di zanzare che ci assalivano assetate di sangue super ossigenato, non li ho mai sentiti protestare.
Mai sentito un commento annoiato da parte loro.
Ed io invece, sto mal sopportando la loro buona forma fisica, i loro bei successi, i loro allenamenti, perché siccome in questo momento sono ferma, patisco.
Eccome se patisco. E mi vergogno pure un po’ di questi pensieri negativi.
L’unica consolazione che ho è che cerco di nasconderlo.
Spero di riuscirci bene.
venerdì 3 dicembre 2010
Sicilia
Ah, fuori c’è un dieci centimetri buoni di neve per terra…
E io vorrei essere davvero altrove, lontano dal freddo.
Al telegiornale facevano vedere immagini delle proteste studentesche a Palermo e i manifestanti indossavano tutti magliette con le maniche corte. Spero siano immagini di repertorio, perché altrimenti m’intristisco.
Palermo. Ci sono stata la prima volta, col Principe consorte, per un fine settimana lungo (c’era il ponte del 25 aprile o qualcosa così)… siam scesi dall’aereo e la luce mi ha abbagliato.
Il tepore dell’aria era un abbraccio morbido di benvenuto.
Mi ricordo perfettamente la sensazione di essere in un paese straniero, mentre percorrevo l’autostrada verso Mondello. E poi il paesino, ormai vicinissimo alla città, col lungomare ancora deserto, lo Stabilimento “Charleston”, attorniato dalle ville in stile liberty, elegantissime e leggiadre, sonnolento ai piedi del Monte Pellegrino.
Mi ricordo la mia prima colazione alla siciliana, con granita al caffè e briosche, seduta all’antico Chiosco, dove i compiti camerieri attendono ai loro ospiti con cortesia d’altri tempi.
E la prima volta che ho gustato ricci freschi e cannolicchi, io abituata al fritto misto delle nostre pizzerie.
I gabbiani pingui che scorrazzano sulle onde lente e l’odore del mare nelle narici, la città deserta di domenica mattina, gli aranci al parco della Favorita, il tripudio di ori nella cappella palatina, il dolce prepotente della cassata sulla lingua: ti stordisce i sensi.
Quasi quasi faccio i biglietti dell’aereo…
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