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martedì 30 luglio 2013

Arona, il giorno più lungo (seconda parte)

Con queste premesse, mi porto alla zona cambio e preparo il mio potente mezzo per la sua frazione: borracce  gel, casco, occhiali, pantaloncini di bici e poi i pantaloncini da corsa, tutto come sarà all’Elba. L’unico dubbio è nuotare senza muta o con la muta. 
Oggi è facoltativa, ce l’hanno su tutti e mi pare un atto di ubris non metterla.
La metto, con sotto il top e le mutandine nere.
Mi porto in zona partenza per provare l’acqua: è ancora presto do’ due bracciate volentieri, almeno mi rinfresco..
Fa’ già un caldo boia. Un caldo barbino. Caldo tropicale. Insomma, caldo. Il leit motiv della giornata.
Scambio due chiacchiere con Florence, in francese, che devo fare esercizio di conversazione, con altri della mia squadra che faranno la staffetta e poi via.

Noi donne partiamo per prime.

Anche qui l’ipocrisia regna sovrana. Organizzatore, se ci vuoi davvero agevolare, facci partire dopo. O anche insieme. Così io mi defilo subito e lascio andare il triatleta medio, convinto che picchiare ogni cosa che si muove in acqua sia la tattica di gara vincente. Mentre se mi dai 2 minutini risicati di handicap, io sai dove me lo posso mettere il mio vantaggio??!!
Nuoto bene, ma alla seconda boa, i maschioni mi prendono: come già visto in altri film, gli élite non mi sfiorano nemmeno, ma dopo qualche minuto arriva la mandria dei bufali inferociti.

Paura vera a nastro per almeno trenta secondi, poi decido di continuare a nuotare cercando di far finta di niente: i più veloci passeranno comunque, agli altri che mi danno botte da orbi auguro di mettere giù male il piede e rompersi l’osso sacro uscendo dall’acqua. 
Amen.
Al secondo giro mi accorgo di avere un caldo boia e che la muta mi ha scorticato il collo. Allegria! Nel mentre, al secondo giro e seconda boa, mi raggiungono le staffette. Botte da orbi, di nuovo. Auguro tante belle cose anche a loro.

Animata da questo spirito positivo, raggiungo la bici e mi spoglio. Letteralmente. Qualcuno trova anche il tempo di commentare. Minchia, ma l’ormone a palla c’avete. Pensa a pedalare va’..
Parto in bici col rapporto agile, che l’anno scorso sulla rampetta che porta sulla statale ho visto scene gabazzosissime (altro che ciclisti provetti…!) e vado su bella agile e sorrido, moooooolto compiaciuta della mia astuzia tattica.
Parto per la mia scampagnata, spingendo poco, appena appena, avendo ben chiaro in mente il suggerimento del Guzzo (Santo subito!): ”Non bruciarti tutto sui primi 30 chilometri che poi inizia la salita”. Il tutto con quel suo melodioso accento veneto (ma è veneto, Guzzo? Ho sentito bene?!).

Sempre a proposito del Guzzo, mi passa dopo qualche chilometro (Ma allora non sono andata malissimo in acqua!) e va’ subito via, a bombazza!! Strillo per salutarlo, tutta gioiosa. Vedo un po’ di scie, ma me ne frego. Cavoli loro.
Tornando da Baveno verso Lesa mi accorgo addirittura che ho uno dietro che mi ciuccia la ruota (...a me??!! Ma sei messo malissimo!!!).
Si scusa di non potermi dare il cambio e mi precisa che non è in gara.
E anche qui… chiudiamo la parentesi prima di aprirla. Che è meglio…!

Al cominciare della salita, comincio anche a superare (con grande, grandissima, enorme, no ma anche qualcosa in più,soddisfazione…) qualche uomo.
Ahhhhhhhh, ma che bella sensazione! Che momento sublime!
Ecco, vedi. Mi sono ammazzata di salitoni ultimamente.
Ma a qualcosa è servito.

Vado su sempre senza affanno. Che storia!

Sulla super salita, lo strappettino più bastardo di tutta la gara, riprendo una staffettista con cui scambio due commenti (Tanto so che mi leggi, mi ha fatto piacere rivederti; hai anche fatto una bella bici. Brava, Fra!) ma poi la lascio andar via, che so che non devo esagerare.
Sto bene (a parte le mutandine che mi danno fastidio. Devo risolvere questo problema prima dell’Elba) e vorrei anche correre, dopo.

L’arrivo in zona cambio è tranquillo. Anche qui ci metto il mio tempo a cambiarmi. Il caldo è qualcosa di mostruoso, ma parto decisa perché se ci sto a pensare troppo rischio di non partire proprio più.
I primi due giri soffro (mentalmente) come un cane e il Principe consorte non aiuta, anzi mi maltratta di brutto… Sarà, ma con me non funziona.  Mi devo dare una bella calmata da sola, ci devo lavorare su 'sta cosa, penso. Come a Pettenasco.
Oggi non ho neanche i crampi (pensa che botta di culo!): approfittiamone.
Mi accodo a due marcantoni che mi fanno compagnia, muta e silente: ci han fatto anche una bella foto, dove io sembro una tap- star che corre con le guardie del corpo. Figo.
Al terzo giro, visto che sto correndo, il Principe consorte pensa bene di prendermi e buttarmi nella fontana, cosa che mi costerà quei due minutini che.. ma va bene così, dai. Basta il pensiero.

Bestemmio un po’, ma con grazia e ricomincio a correre. Sono un filino zuppa, ma è una costante delle mie gare di triathlon a quanto pare.
Ritrovo Florence che intanto è scesa dalla bici e le urlo che ho finito, con una pronuncia e un’inflessione che sento risuonare meravigliosamente bene.
Sarà la stanchezza, ma la “r” blesa riesce proprio bene.
Mentre Ico al bar mangia il suo toast corro verso il traguardo, un filino scocciata perché sul traguardo volevo che ci fosse qualcuno a farmi due complimenti, ma niente paura... a
l traguardo mi coccolano e mi danno anche un ghiacciolo al limone. Buono!!


Poi c’è il Guzzo con la sua Katia, che mi hanno applaudito all'arrivo (Carina, la Katia, Guzzo. Complimenti!!)
Scambiamo due parole e il Guzzo mi dice anche una gran bella cosa che mi colpisce molto: "Siamo fortunati a fare quello che facciamo. Fortunati, che ci possiamo permettere di essere qui." Bravo Guzzo. Sarai anche un triatleta maschio, ma non sei un trullo..! (scherzo, Guzzo!)

Ringrazio tutti e vado a cercare il fascinoso marito e fascinoso mini figlio: ci metterò pressappoco tanto tempo quanto correre la mezza e nel frattempo camminerò per altri 3 chilometri: poco male, defatigamento...


In ultima analisi: è stato faticoso, ma non un massacro.
Sono sempre stata sotto controllo.
Fisicamente ci sono, sono a posto e non sono nemmeno troppo stanca.
Mentalmente il caldo ha  contribuito alla sensazione del “non ne posso più”, ma che alla fine si è trasformato in “Ok, allora diamoci una mossa e andiamo a bere qualcosa di fresco” piuttosto che “Ok, allora mi siedo e aspetto le otto di sera”.


Non sono contenta (troppo lenta), ma sono contenta (questo sarà il mio passo gara).
E chi ci capisce qualcosa, è bravo…

lunedì 11 marzo 2013

Uh, la noia!


Uh, la noia..
Uh, la noia di dover portare quadri di qua e scatoloni di là, non me la ricordavo più, anche se alla fine, a me l’odore di stanze vuote non dispiace.
Ieri pomeriggio, che non pioveva, siamo stati alla “casa nuova” con Ico, che girava per le stanze e faceva di sì col testolone.
“Ti piace, Ico? Guarda, il tuo lettino lo mettiamo qui”.
Lo incastriamo qui, sarebbe stato semanticamente più corretto, ma lui non percepisce la felicità a suon di metri quadri ed è contento uguale e io mi vedo già fare delle belle passeggiate serali fino al campetto dove ci sono altri bimbi. Meno spazio ma più opportunità.
Va bene uguale, anzi meglio.

E’ stato un bel fine settimana, senza gare, senza spostamenti, a fare progetti, ad inventarsi soluzioni, e a comprare le mutande di Ico, perché stiamo procedendo a grandi passi sulla via dello spannolinamento.
E qui tutti a dire la loro, tutti a fare gli splendidi e i saputi.
Uh, la noia di queste madri che passano il tempo a parlare delle deiezioni dei loro figli con dovizia di particolari: “… eh, il mio a tre anni aveva già, faceva già, diceva già”.
Seeeee, aveva già scoperto l’America e leggeva già la Divina Commedia.
E poi ti dicono che sei competitiva tu, che fai sport.
Almeno io son competitiva con le cose mie, non attraverso mio figlio, che non so se ve l’ha detto qualcuno mai, ma non è una vostra proiezione, non è una versione di te stessa alta un metro.
Un sé a parte. E non è neanche garantito al limone che vi stiate simpatici.
Io questo, non c’è problema, non me lo dimentico di sicuro.
Però mi sta simpatico, questo mio bimbo alto un metro, sempre sorridente, sempre collaborativo, curioso, ostinato, tenace, con la sua parola d’ordine sempre in bocca: “Peccchè?!”.
“Perché due non è tre”, gli ha detto il Principe consorte ieri sera, scatenando una risata incontrollabile, la mia. Cominciamo bene.


Sabato: 4 km nuoto (Ho ripreso dopo l’influenza; sto bene, solo un po’ stanca).
Domenica: 15 km di running nella nebbia. (Fatica, ma più mentale che fisica).
Si ricomincia.


martedì 11 dicembre 2012

Spirito

Ci ho messo un po' a convincermi, anzi, a lasciarmi convincere.
Oddìo, non è che c'è voluto molto.
Lui è entrato in cucina mentre stavo sfaccendando, mi ha lanciato uno sguardo in tralice, poi si è lasciato andare ad alcune considerazioni nel tono morbido di chi non vuole convincere nè motivare.
Insomma, me l'ha buttata lì, la storia dei "pionieri" che partono per fare un ironman con il sacco a pelo sulla bici, perchè non sanno a cosa vanno incontro, e si fermano a mangiare al Mac, perchè "è un altro spirito".
Un altro spirito, lo spirito giusto.

Ora, io al Mac non mi ci fermo a mangiare neanche sotto tortura, ma ho colto.
Ho colto l'invito alla pacata riflessione, spassionata. Ce la posso fare?
Si. Certo, che ce la posso fare.
Certo anche che non lo finisco in nove ore e neanche in dieci a dire il vero, ma ho lo spirito giusto, ormai lo posso proprio dire.
Sarà dura preparare queste distanze lunghissime, ma si. Si. Si. Lo voglio.
Lo voglio da quando ho cominciato a fare triathlon, perchè ho capito subito che la mia distanza-gara è dall'olimpico in su.
Ho capito subito che le mie gare sono quelle senza scia, con tante salite.

E ho capito anche che voglio quest'avventura: dentro me stessa, dentro la mia testa, voglio mettermi alla prova.
Questo credo sia lo spirito giusto.
Non tanto per la prestazione in sè, quanto per l'esperienza che trarrò dalla preparazione e dalla gara stessa.
E così, trascorsa quella mezz'oretta in un'intima e quanto mai sorridente meditazione, ho deciso.
Sarà superlungo, sarà in Italia, sarà settembre.
Sarà Elbaman!