Visualizzazione post con etichetta riflessioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta riflessioni. Mostra tutti i post

giovedì 9 maggio 2013

Abile e arruolabile

La visita medico sportiva, una volta l'anno, è un appuntamento che mi mette sempre un po' d'ansia, penso nella sala d'aspetto piena di uomini.

Le domande sono sempre quelle, le risposte più o meno anche, io sono sempre io e so che saltellare sul gradino per cinque minuti non è poi questa grande fatica, però resta sempre il fatto che gli anni passano e temo sempre qualche novità.
Ma anche stavolta è andata bene.
"Non sembra aver faticato troppo" dice il dottore, leggendo il tracciato dell'elettrocardiogramma, con tutto che mi ha fatto salire e scendere dal gradino più a lungo del previsto.
Gli lancio un'occhiata interrogativa dal lettino, dove sono sdraiata, con addosso solo le mutandine.
L'assistente, che è un ragazzo giovane, uscendo ha già fatto la bella figura di sbattere la faccia nella porta, nell'allungare il collo per dare una sbirciata.
Il dottore gli ha borbottato dietro qualcosa che non ho afferrato, ma il tono era inequivocabile.
Mi sono permessa un sorrisetto, anche se non capisco cosa ci sia da sbirciare. 

Ormai il nudo femminile è talmente sdoganato che non vedo proprio cosa ci sia da guardare in una donna normale, con un fisico normale, che fa' una visita medico sportiva.
Il dottore no. Non c'è niente di equivoco o poco professionale nel suo sguardo e nelle sue mani; non come qualche anno fa' quando mi sono, mio malgrado, sentita palpeggiare dal cretino di turno.
Niente di che, se non per il fatto che era assolutamente evidente il compiacimento del tizio in questione per la palpatina "rubata".
Che parlando di molestie, uno si aspetta chissà che, invece poi si ritrova con un medico cretino che approfitta di una particolare situazione e si fa' una ghignata soddisfatta.

Comunque, anche questa è fatta ed è andata bene.
"Per cosa le serve il certificato?" mi chiede il dottore.
"Per triathlon e atletica leggera".
"Triathlon? Che è..?".
"Nuoto, bici e corsa" Anche qui, mi scappa un po' una risatina, che si vede che il dottore è abituato al calcio, piuttosto che..

Comunque, sono abile, arruolabile e ufficialmente autorizzata a faticare.
Domenica. 


giovedì 7 marzo 2013

Partire è un po' morire..

.. mi sembra che fosse una poesia, ma non mi ricordo più di chi (se vi interessa, cercatevelo che tanto oggi si può "googolare" tutto e sapere tutto, tanto che l'altro giorno al vedere il mio medico che sfogliava un'enciclopedia, mi è scappata una risatina che l'ha impermalosito non poco).
Tanto per dire che fra poco si va'.
30 chilometri di distanza non sono molti (mi piacerebbe metterne in mezzo molti di più, ma poi dovrei venire al lavoro con un elicottero e questo proprio non me lo posso permettere) ma abbastanza per:
1) stare più sereni;
2) ritrovare il tempo di fare progetti costruttivi per noi;
3) ricominciare a sorridere e a sorriderci.
Qualche scotto da pagare c'è, ma faccio spallucce. 
Laverò più piatti, addio idromassaggio, mi alzerò cinque minuti prima, ma sorriderò, sorriderò  sorriderò luminosa come la cometa di Halley perché ci saranno cose buone: smetterò di temere il postino e le sue raccomandate del cazzo, ad esempio, Ico andrà in un ottimo asilo, un altro esempio, e poi quest'estate potrò andare a correre alle 06.00 di mattina senza rischiare di essere investita da un bilico, e non è l'ultimo esempio!
Bello, dai.
Bello dai, cercare di dimenticarsi cose che non possono essere dimenticate, ma metterle in un cassetto, come tutta la mia adolescenza e a pensarci bene, come una buona parte della vita che ho vissuto stando dietro alla loro pochezza, alla loro inadeguatezza.
Li ho giustificati per anni, dicendomi che è difficile "fare i genitori" e imbroccarla, ma ora che sono un genitore anche io so (ora si che lo so, si che sono sicura che la mia non fosse solo un'intuizione giovanile, ma la premonizione di ciò che sarebbe successo o più brutalmente, la dura e cruda verità) che sono tutte cazzate e che si può (si deve) scegliere come comportarsi con un figlio, che si può (si deve) smettere di nascondersi dietro a delle scuse.
Metterò in un cassetto e butterò via la chiave. In un bel pozzo profondo.

Partire sarà pure come morire ma forse per me sarà più come rinascere.

P.S.: primo giorno di running dopo l'influenza: 9 km sotto la pioggia a buon passo, anche se con qualche problema di respirazione, dovuto ai postumi di questa brutta tosse, ma passerà. Passerà e per Caldaro sarò in piena forma, scatoloni o non scatoloni.

lunedì 4 marzo 2013

K.O.

Fuori combattimento causa recidiva di influenza che stavolta mi ha portato febbre, tosse e chi  più ne ha, più ne metta...
Così, sabato mattina, i quattromila metri in piscina si sono ridotti a duemilacinque, grazie anche alla complicità del solito coglione che mi ha preso a palettate con conseguente (mezza) rissa.
Domenica invece annullata la spedizione a Piacenza, che già correre 30 km non è una passeggiata di salute, figurarsi correrli con 38° di febbre (fosse stata la mia gara obiettivo, si certo, una botta di tachipirina e passa la paura, ma così come stanno le cose.. sarà per la prossima e tanti saluti).
Lo spirito agonistico ultimamente è in fiacca.
Sia per me che per il Principe Consorte. 
Ma c'è anche da considerare che mai come quest'anno siamo stati messi KO da influenze e malanni vari.
Siamo un po' allucinati da notti faticose (manco a dirlo, l'amato pargolo si è svegliato stamattina alle 04.00, con la febbre, cantando...!), allenamenti faticosi, appuntamenti che saltano, and so on.

E' veramente dura e mi chiedo (mai come in questo periodo) se vale veramente la pena si arrivare a quel traguardo.

La risposta non è semplice.
Fare sport per stare bene e fare fitness non è allettante come avere un crono da rispettare, un traguardo da varcare.
Non è neanche lontanamente motivante o appassionante.
Perciò andrò avanti, anche se con un po' di fatica.
Guardiamo i lati positivi.

Mal che vada, per quanto possa arrivare alla gara mal preparata, arriverò in fondo in un modo o nell'altro, e avremo comunque fatto una bellissima vacanza all'Elba.



lunedì 25 febbraio 2013

Mo Chuisle



Dopo una mattinata trascorsa con poco profitto e piacere in uffici e studi medici, mi sono ritrovata con quei cinque minuti di tempo che cercavo da un po’, così sono riuscita ad andare al cimitero per una preghiera e una visita a quelle due tombe che stanno là.
Ho scoperto oggi che stanno ancora là, come le hanno lasciate, una a destra, l’altra a sinistra, a cinquanta metri l’una dall’altra, come quelle di due estranei, anziché di due persone che hanno passato la vita insieme.
Lei, in primis, ma anche i suoi degni fratelli, li hanno lasciati come se fossero due sconosciuti. Addirittura la tomba della nonna è una miserrima lastra di marmo senza una fotografia, con il nome incompleto (lei ci teneva tanto a quell’Erminia) e due date. Alpha e Omega.
Punto. 

E’ ben vero che “all’ombra dei cipressi o dentro l’urne confortate di pianto” et cetera, con buona pace del Foscolo (che anche lui all'epoca con queste riflessioni non è che fosse proprio il benvenuto... e invece non aveva tutti i torti ), è ben vero.
Che tristezza, però.
Che amarezza quella lapide spoglia sorretta da quattro fermi brutti di metallo, che gridavano sconforto.
Non che una lapide potrà mai essere allegra, però c’è modus in rebus.

Così, nel tornarmene a casa ho pensato al mio sangue, che è il loro sangue, ma si vede che è fatto di qualcosa di diverso.
Me lo ha detto anche il Principe consorte che gli animali pure la sentono la diversità, la percepiscono, l'annusano diffidenti e la allontanano.
Così è successo a me.
Anni fa’ ci credevo moltissimo all'importanza della discendenza ("sangue del mio sangue!"), ora non più: niente come l’esperienza ti cambia, ti forgia, ti forma.

“Mo chuisle” l’ho detto oggi al Principe consorte, prima di uscire di casa, con questa consapevolezza: che il sangue, a volte, si sceglie.

P.S.: sabato nuoto (4 km e 500); domenica 13 km di running nella neve: la mia scelta di autoderminazione ( ‘fanculo la genetica).

venerdì 15 febbraio 2013

Un'irresistibile voglia di..



Le premesse per la mezza maratona di domenica non erano ottime.
Non ho dormito un piffero tutta la settimana, tosse e una febbriciattola insistente e ancora, l’allenamento di venerdì era stato soddisfacente, si, ma mancava ancora quello spunto in più che..
Senza contare che le condizioni meteo, beh, le condizioni meteo non sono di poca rilevanza ed io il vento lo temo e lo patisco più di qualsiasi altra situazione.
Detto questo, son partita senza grandi ambizioni, sen non quella di correre bene, composta, gestendo lo sforzo ancorché esserne vittima per non arrivare come a Ceriale, che al 20° chilometro il trullo, che l’organizzazione mette ad indicare la svolta a sinistra, mi apostrofa dicendo: “Dai, che l’importante è arrivare!!”.
Bello convinto anche… Che io lo so benissimo di non essere niente di che, intendiamoci, e che lì, un po’ per noia un po’ per affaticamento vero e proprio, non ho certo brillato, ma visto che comunque sono arrivata ben prima del 50% delle donne presenti, mi chiedo che cosa hai detto alle altre che son passate dopo di me, grandissimo pirla..?!
Detto ciò, questa domenica, nonostante il ventaccio contro per 10 chilometri, sono arrivata settima e nel primo 30% dei partecipanti.
Non so più né perché né per come, ma quando faccio una gara podistica e poi vado a vedere la classifica, sono pienamente soddisfatta se sono arrivata nel primo 30%, maschi compresi.
Allora so di aver fatto la gara.
La classifica femminile in sé dice poco. Settima potrebbe essere buono come potrebbe essere scarso. Ma se guardo chi è arrivato dieci secondi prima di me e dieci secondi dopo di me, so esattamente come sono andata.
Questo per le garette podistiche del posto, sia chiaro.

(Non vi fate delle illusioni, che sono una schiappa)

Il triathlon invece funziona in maniera diversa: me ne frego di classifica e piazzamenti, anche se piazzarsi nella categoria non è troppo lontano dalle mie possibilità.
È come se non “sentissi” la competizione.
Il triathlon è gioia pura, è cercare la traiettoria giusta in acqua, è lanciare sorrisi dalla bicicletta, è prendere il gel al momento giusto in zona cambio, è dare tutto nella corsa, spingere forte sulle gambette e passare tanta gente spompata.

Sarà che oggi c’è il sole, pallido e sparuto ma c’è, sarà che ho proprio voglia di risalire in bici, sarà che le quindici ostriche che mi sono spazzolata ieri sera hanno ancora effetti afrodisiaci, ma oggi ho un’irresistibile voglia di triathlon… 

mercoledì 6 febbraio 2013

Ruhezone

Se gennaio è stato un mese difficile, febbraio si sta rivelando tremendo.
Ico ha il raffreddore da un mese e alterna botte di febbre a botte di mal di pancia, si sveglia di notte col nasino colante e piange. Io pure mi sveglio ai suo strilli (ultimamente anche due, tre volte per notte) e son sincera.. piangerei pure io volentieri. Se servisse a qualcosa.
Vorrei dormire.
Perchè il bello è che non ho nessun problema d'insonnia, a parte mio figlio.
La scorsa notte poi è stata peggio del solito: sveglia alle due, sveglia alle quattro e poi.. occhi sbarrati senza poterci far niente.
Così, mentre il fascinoso marito se la ronfa, scendo in salotto e leggo un libro sgranocchiando sue biscotti e affancuore le calorie in più.
Alle quattro e mezza mi addormento sul divano che non è neanche male, ma sogno terremoti, muri rotti e.. mia madre. Insomma, incubi a manetta.

Così, stamattina non mi meraviglio di essere stanca.
In realtà la mancanza di sonno mi sta defedando. Sintomi da raffreddamento perenni, febbriciattola, stanchezza, e anche  i ritmi nella corsa sono molto sotto tono. So che dalla mezza maratona di domenica mi posso aspettare proprio poco. La userò come allenamento un po' più svelto del solito e mi farò due chiacchere con gli amici. di più non ce n'è, con queste premesse.
L'unica cosa che mi riesce bene nonostante questo periodaccio è il nuoto, quindi oggi vado. E spero di non addormentarmi in vasca.
Vorrei proprio dormire.
Almeno una notte intera, senza sentir piangere, senza sentir chiamare: "Mammaaaaaa....!".
 Non mi sembra di chiedere molto, eh.


mercoledì 30 gennaio 2013

Misteri della genetica



Misteri della genetica.. pensavo ieri sera, spaparanzata nel letto, mentre Ico sfogliava il “Meraviglioso libro sulla Terra” che non è nemmeno per un libro per bambini, ma piuttosto un bel libro illustrato con rudimenti di scienza naturale, curiosità e spunti di riflessione sul mondo del passato e di oggi.
Manco a dirlo, è il suo libro preferito. Se può scegliere come finire la giornata, tra il libro, una fiaba, le sue foto (si, gli piace tantissimo rivedersi in foto; è un narcisista), o una “cantatina” (dove “mamma, canta!” è la parola d’ordine), lui sceglie il libro.
La cosa più buffa, quella che mi diverte e nello stesso tempo m’inquieta, è che prima di accomodarsi, afferra uno dei tre cuscini di suo padre e se lo sistema sullo stomaco, esattamente nello stesso punto dove se lo sistema il Principe consorte.
Dopodiché sospira beatamente soddisfatto e procede nella “lettura” del testo con “Oooohhh!” ammirativi di fronte alle fotografie.
Bella lì, direte voi. L’avrà visto fare. E invece no…

Perché Ico nel letto con i suoi genitori ci avrà passato, si e no, quindici minuti quando aveva venti giorni di vita, poi abbiamo deciso che non era cosa e così, lettino forever nella sua stanza, con somma gioia e gaudio di tutti (e tre).
L’unico momento in cui gli è concesso l’accesso al sancta sanctorum è la sera prima della nanna, che però va a fare molto volentieri nel suo lettino.

In questo, come in molti altri atteggiamenti, manco a dirlo l’amore sviscerato per la cucina e per tutti gli annessi e connessi (apparecchia il tavolo da pranzo con più competenza di me), l’ordine in cui tiene i suoi giocattoli (li ritira tutte le sere, senza che ci sia bisogno di dirglielo), è indubbiamente figlio di suo padre senza tema di smentita…  Altro che prova del DNA…!

Così mi ritrovo stupefatta di fronte al fatto che per carnevale mio figlio non ne voglia sapere di mascherarsi. Non gli interessa proprio... e davanti ai suoi piccoli compagni di scuola esprime lo stesso superbo disinteresse allo stesso modo in cui lo esprime il padre, tirando su un pochino il mento.
Poco ci manca che faccia tzè, alla siciliana. Ma chissà, col tempo.. 

mercoledì 16 gennaio 2013

Beata innocenza

No, perchè io non mi capacito di un sacco di cose!

Principalmente a come si fa' a credere che, da qualche parte in questa amena provincia, ci sia una struttura (una ludoteca, un baby parking) dove lasciare tranquillamente un bimbo di tre anni per chessò, due o tre orette il sabato mattina.

Il Principe consorte era profondamente convinto di questo, ma lui viene da fuori, si sa.
"Ci deve essere!" esclama ieratico una bella mattina di tre settimane fa'. 
"Mmmmmmmmm" mugolo io dubitativamente, pensando "Col cavolo".
E infatti, che non mi si dica che voglio aver per forza ragione a tutti i costi, ma a conti fatti, chiama di quà, scrivi di là, tutte le "strutture" private e non, lavorano solo in settimana, che il fine settimana i figli te li devi sciroppare tu (non ci sono cazzi!) oppure i nonni (ma se non ci sono 'sti nonni, uno che fa'?).
Così è, se vi piace e soprattutto anche se non vi piace...e quindi la sottoscritta sta cercando disperatamente una tata che non sia anche una potenziale rapitrice (ma chi avrebbe il coraggio di rapirselo, il mio Ico?!), rapinatrice (cioè, se rapina le banche, cazzi suoi, ma casa mia meglio che non tocchi nemmeno le forchette di tutti i giorni che il Principe consorte le ha numerate) et cetera, et cetera ... 
Vi anticipo subito che è più facile trovare una massaggiatrice. Di quelle ce ne sono quante volete.
Ma baby sitter... ecco, sembra che non vada proprio per la maggiore.
Vedremo.


In secondo luogo, non mi capacito di come si possa credere che qualcuno, miracolosamente salvo dal cancro (!), possa vincere 7 volte di seguito il Tour de France senza essersi calato/iniettato/sniffato l'impossibile e qualcosa di più.
Eddai...! Allora Babbo Natale esiste!

Con tutto che a me non sta nemmeno antipatico, il texano dagli occhi di ghiaccio, e poi è stata una fantastica icona della lotta contro il cancro bastardo. 
E' stata la bandiera della speranza e della possibilità di farcela, del ritorno alla vita, della seconda chance. 
E uno scivolone sulla buccia di banana come questo.... Sono anni che conti balle, vai avanti a mentire, stai zitto e giura che non hai mai usato il doping...! 
Che poi... ma sdoganatelo, 'sto doping, così sta all'atleta scegliere se prenderlo o no, però almeno togliamo le cosiddette fette di salame dagli occhi e ciascuno va' incontro a ciò che si merita (a testa alta?).





venerdì 21 dicembre 2012

Fratelli

Poveri noi, il giorno del nostro "mesiversario" ce lo siamo ricordati una volta crollati nel letto, praticamente the day after.
Naturalmente per stanchezza, che non siamo ancora arrivati al "che barba che noia"..!

Ieri, mentre insegnavo alla Bozzola come si prepara lo zabaione e la sorvegliavo nella rottura delle uova che lei esegue con maestria ('sti figli assomigliano tutti a lui, interessatissimi alla cucina e abilissimi tra i fornelli), pensavo a com'è difficile spiegare a un bimbo di quasi tre anni che sua sorella ha un'altra mamma.
Li osservo ma non ci sono cenni di difficoltà nel loro rapporto, che è molto spontaneo, fatto di tanti sorrisi, di fiducia incondizionata da parte di Ico e di curioso interesse da parte della Bozzola.
Nonostante la differenza d'età, si somigliano: non fisicamente, ma nei gesti, nei gusti, negli atteggiamenti. Si piacciono. Per ora.
Anche a me piaceva mia sorella.

Non smetto di pensare che abbiamo delle grosse responsabilità come genitori, nei loro confronti e mai come quest'anno me ne rendo conto.
Avrei solo un piccolo desiderio da realizzare quest'anno, e non si tratta di gare, di tempi, di eclatanti performances sportive, ma soltanto (e chiedo poco.. eh) di rendere questa nostra famiglia ancora più omogenea, da allargata che è che diventi un pochino più stretta.
E' difficile e non è che posso (e devo) fare tutto io, ma se qualcuno mi aiuta di riuscire a crescere due fratelli, piuttosto che due estranei. Si, sarebbe proprio bello.
Ah.. visto che non ci sentiremo per un po'.. Buon Natale!.

mercoledì 19 dicembre 2012

La fine del tunnel

Non lo posso ancora dire ad alta voce ma... forse stiamo uscendo dall'incubo.
L'incubo lo so io cos'è e tanto mi basta.
Era cominciato nel gennaio del 2012 e si è trascinato, toccando vette di cattiveria e abissi di degrado morale nel fine estate, inizio autunno: la piena è arrivata a settembre e a ottobre, giusto in tempo per il mio compleanno.
Se mi avessero predetto quello che è effettivamente accaduto, mi sarei fatta beffe di.. ma ecco, se non altro ho imparato che l'imprevedibile accade e che la fiducia è un bene da accordare con molta parsimonia.
Ho anche capito che, per quanto razionalmente non abbia alcun senso, le percezioni "di pelle", le sensazioni, quel brivido di simpatia/antipatia, entusiasmo/prudenza, è fondamentale in qualunque scelta, non solo nel comprarsi le scarpe nuove da running.
Ho imparato che il mio istinto capisce molto prima del mio intelletto e che per destreggiarmi in questo mondo devo imparare a usare meglio anche questa risorsa.
Sembrerà cretino arrivarci a 36 anni, ma forse è davvero meglio tardi che mai.

La telefonata di ieri sera ha dissipato le ombre: se non abbiamo vinto, almeno siamo sulla buona strada.
E' finito il tempo delle minacce, è finito il tempo delle pretese.
Sentire la paura scivolare via di dosso e pensare di avere altre opportunità, pensare di poter fare delle scelte, che siano anche solo archiviare tutta quanta la faccenda in fondo al cuore, è liberatorio.
Si, lo so… non è finita finchè non è finita, però siamo arrivati al 35° chilometro sani e salvi (passatemi la metafora podistica), davanti a noi ancora sette chilometri (sette mesi?) e poi possiamo varcare quel traguardo (quella soglia!).
È un viaggio che non avrei mai voluto fare, ma non ho avuto scelta se non soccombere a quello che mi veniva imposto, ancora una volta, e mi è impossibile ignorarne le conseguenze. È una ferita che non guarirà mai bene fino in fondo, sarà sempre come aver male qualche osso, quando cambia il tempo..
Ma anche questo fa’ parte del viaggio e posso dirmi contenta, oggi, se siamo arrivati a vedere la fine del tunnel.

giovedì 6 dicembre 2012

e oggi uguale..

Anche oggi ho corso i miei soliti 9 km che fare di più mi sembra di fare troppa fatica e fare di meno mi sembra di non aver fatto nulla, pia illusione..
Le gambe girano molto meglio di ieri, a dire il vero, e la fatica è molta meno. Sarà questo sole che mi riscalda un po' i muscoli, oltrechè migliorare l'umore in maniera esponenziale...
Poi, questo periodo, questo dicembre, mi ricorda sempre un dicembre di ormai cinque anni fa'.
La mia prima garetta podistica, una tapasciata, una scusa lunga 8 km per mangiare dopo la fetta di panettone per qualcuno, ma per me, una cosa terribilmente seria.
Otto chilometri a 5'15'' che mi sembrava di aver volato, non corso.
Come cambiano le prospettive.
Neanche per un momento, allora, nel dovermi cambiare al freddo e al gelo, dopo la corsa ho pensato: "questi son tutti pazzi".
Neanche per un attimo, allora, nello spingermi su per quel misero cavalcavia, ho pensato di mettermi a camminare.
"Il podista che cammina in salita è un podista inefficiente" avevo letto da qualche parte. Inefficiente a me? Piuttosto crepo ma vado su correndo.
Chiaramente l'idea di salita è stata rivisitata e rivista, ma comunque quella frase non c'è verso che me la dimentico.

Come non c'è verso che dimentichi altre cose, ma è la mia memoria a scegliere, non io. O almeno non consapevolmente.
Mi devo impegnare per ricordare qualcosa: mi piacerebbe ricordare per esempio il sorriso della Bozzola mentre ieri sera dava il bacetto della buonanotte a Ico, suo fratello, e il tono gioioso con cui lui la saluta e la chiama.

Queste sono le cose che voglio ricordare.
Come quel paio d'occhi verdi, che in quel mattino gelido di cinque anni fa', non mi si scollavano di dosso, fermi, indiscreti, quasi curiosamente consapevoli.
E io lì, a farmi ipnotizzare, come il topo col gatto.
E oggi e uguale, anche se nessuno ci avrebbe dato un soldo, allora..
E oggi uguale, anche se forse in fondo il gatto oggi sono io.


mercoledì 14 novembre 2012

santa pazienza

Ok, mi piacerebbe lasciare lì in bella vista il mio ultimo post, così come sarebbe bello avere solo bei ricordi, vivere solo momenti di gioia e non avere mai cattivi pensieri, problemi, scocciature e noie, che sono invece all'ordine del giorno.
E non sto mica parlando a caso, eh...
Oggi per esempio, che con Ico che ha la febbre a 39 e un occhio pieno di sangue (sembra che l'abbiano menato per l'ennesima volta all'asilo) in perfetto stile Dracula, qualche pensierino me lo da'...
Altri pensierini me li da' per esempio la direttrice di quel cavolo di asilo o scuola dell'infanzia che dir si voglia: una cretina come ce ne sono poche.
Tra cazzi e mazzi di varie specie, mi è saltato l'allenamento in pista, ma non posso neanche protestare perchè il Principe consorte si è alzato alle 05:30 per correre e soprattutto per permettere a me di correre in pausa pranzo.
E' rimasto a casa a fare il papà a tempo pieno, un lavoro che svolge in maniera superlativa, come tutto il resto, non c'è dubbio.
Altro che lamentarmi, non posso far altro che ringraziare, ringraziare, ringraziare.
Onore al merito.
Senza di lui, non avrei modo di pensare a niente di più che mettere insieme pranzo e cena, altro che Elbaman l'anno prossimo...!
Anche se la sua proposta di allenamento sul nuoto mi spaventa un po'...(8 km al giorno e mi potrebbero saltar via le braccia...).



Ultimo giro di giostra, prima dell'appuntamento di domenica:3 km riscaldamento a 4'50'' (solo perchè avevo il vento a favore..), variazioni di ritmo 1' forte e 1' recupero (a 5m/km) per 16 volte.
Tutto il ritorno col vento contro. Accidenti, la fatica...

lunedì 5 novembre 2012

cronaca di una domenica qualsiasi

È una giornata troppo bella per non correre oggi.
C’è un bel sole che scalda e giusto una bavetta di vento così, in pausa pranzo, vado per i miei nove chilometri facili, chè oggi ho le gambe affaticate.

Ieri, il Principe consorte mi ha regalato una bella garetta di undici chilometri, un collinare tosto ma svelto, da fare a tutta birra.
Alla partenza sono un po’ distratta, tanto che quasi mi faccio levare una scarpa dal presidente. Un’occhiataccia e poi via, su per la salita. I primi due chilometri salgono ed io vado su con calma ma bene, comincio a convincermi a spingere e non appena si ritorna in piano accelero un po’ l’andatura.
Supero un bel po’ di gente e mi rendo conto che vado più forte del solito, ma non sto facendo fatica perciò mi dico che se devo scoppiare, scoppierò, ma per il momento corro.
Affianco una tipa col codino che mi sembra di conoscere, ma no, non è lei.
Mi lancia un’occhiata in tralice in risposta al mio mezzo sorriso mentre la passo.
“Codino” non ci sta’ e mi tiene dietro. Sento il suo respiro un po’ più che impegnato e penso che salterà, prima o poi.
Si sale ancora ed io cerco un’andatura efficace ma prudente. Codino mi segue, spalla a spalla, in un atteggiamento da pistaiola che taglia le curve, che io patisco un po’, abituata come sono a correre da sola.
Spero, quasi quasi, che si decida a passarmi ma so che non lo farà.
Dal respiro sembra che stia facendo ben più fatica di me.
Scendiamo rapidamente per imboccare uno sterrato con una curva secca a sinistra.
Occhio alle ginocchia e via, in derapata sulla ghiaia, mentre Codino cerca di tagliarmi la curva. Ma io la stringo e non la lascio passare. Sono davanti di quel mezzo metro che mi permette di manovrare sul percorso e mi sto divertendo un mondo a metterla in difficoltà.
Davanti a noi, al quinto chilometro, la bionda in fuseaux che sgambetta piano su per la salita. Ha rallentato, forse peccando di fiducia o forse per stanchezza. La prendiamo a mezza salita ma lei ci segue: ora siamo in tre, io in mezzo e davanti a loro. Finita la salita, i tipi al ristoro ci aspettano coi bicchieri in mano, ma noi tre, come Erinni, arriviamo mulinando le gambe con espressione così risoluta che si fanno da parte.
Due chilometri di sterrato morbido e fangoso ci guidano in mezzo alle vigne.
C’è un po’ di dislivello, ma le gambe vanno ed io sto correndo divertendomi come poche altre volte. Imposto le curve, mentre Codino mi pesta un tallone e smoccola perché la anticipo sempre sulle traiettorie.
Me la rido, e pestando incurante del fango nelle pozzanghere, penso che se oggi se vuole passarmi, deve andare più forte e basta. Nient’altro.
La bionda è più smaliziata, mi segue a ruota in silenzio e spinge bene in discesa. Aumento l’andatura. Mi seguono ma sento Codino che sta cedendo. Bene!
Al nono chilometro, sulla discesa, si decide tutto: la bionda ed io andiamo giù veloci, Codino finalmente si stacca. Meno una!
Sull’ultima salita riprendo la Bionda e prendo un po’ di vantaggio.
Di nuovo discesa e, anche se la Bionda spinge più forte, finisce per saltellare balzando più in alto che in avanti. In un nanosecondo decido se rischiare le ginocchia, e in vista della maratona non è la scelta più saggia, o se accettare la sfida.
Accetto il rischio, seppur calcolato. Sto attentissima agli appoggi ma vado giù spingendo bene, bacino e peso in avanti.
La passo, ci guardiamo un attimo e poi accellero ancora fino al piano.
Svolta secca a sinistra e lieve dislivello fino al traguardo. Sono trecento metri e non smetto un attimo di spingere.
Ora sto facendo fatica, ma sul traguardo arrivo prima io, mentre il Principe consorte mi fa’ di si con la testa (e te credo!!) e Ico sgranocchia un biscotto (mito, dagli da mangiare e quello sta dappertutto, anche in un rave party).
Soddisfazioni formato mignon..

mercoledì 31 ottobre 2012

ognissanti

..che a me Allouiiiin mi fa' un baffo.
E poi non lo capisco, non mi appartiene e non mi interessa.
Domani dovrebbe essere bel tempo, ma tanto, meglio della pioggerellina fitta fitta che ti inzuppa di oggi, sarà meglio comunque. Forse.
A meno che non arrivi l'uragano Sandy anche da noi, che si sa, Niu Iork è così vicina..
Non divaghiamo, domani sarà bel tempo ed io mi butterò a fare ripetute sul Castello (che poi non è un castello ma è l'unico parco disponibile nelle vicinanze).
Finalmente, che son stufa di girare a 5'al km.
Il Principe consorte mi dice "piano piano!" ma le gambe vorrebbero andare. Chissà dove, chissà come e soprattutto chissà se andranno a 5' al km per 42 chilometri, quando sarà il momento.

Ma domani, dicevo, Ognissanti, che poi il due novembre c'è sempre la folla di chi si deve far vedere per forza, porterò due fiori a due tombe così come li porto (quasi) ogni sabato.
Sempre due fiori, che tanto se fossero pietre sarebbe uguale.
E in questo l'uso ebraico non mi dispiace e ogni tanto lo faccio.
Scelgo una bella pietra e la lascio lì, sul marmo.

Li porto per me, più che per loro, lo so.
Sperando che il vento non li spazzi via e che nessuno mi veda.
Ma si sa, son cose che succedono.

venerdì 26 ottobre 2012

il brutto anatroccolo

Sembra una legge incontrovertibile che il giorno della mia gara ci debba essere un tempo da lupi. In realtà non sarà propriamente una gara, perché domenica correrò una mezza a ritmo facile, per poi proseguire, dopo il traguardo, verso casa per altri 15 chilometri in (speriamo di tenerla) leggera progressione.
Alla fine dovrei essere riuscita a fare 35 km a ritmo gara.
E anche l’ultimo lunghissimo sarà stato fatto, dopodiché dovrò pensare al recupero e alle ultime rifiniture di lavori veloci in pista.
Il 18 novembre si avvicina ed io sono emozionata, concentrata e felice, perché sto entrando in forma.

Laddove un mesetto fa’ completavo faticosamente i miei dieci chilometri in allenamento, costringendomi ad aumentare l’andatura con un discreto sforzo, ora, nonostante la tosse persistente e fastidiosa che il piccolo untore, Ico, mi ha attaccato, filo come un trenino senza chiedere impegno al mio fisico né alla mia testa.
Anche il fisico è cambiato. Poca roba, ma siccome io ci convivo attentamente con me stessa, senza salire sulla bilancia, so benissimo che ho perso peso.
Quello che mi da’ più soddisfazione, ben al di là dell’aspetto fisico, è la sensazione di correre facile ad andature per me di solito impegnative.
È un buon segnale e mi riempie di fiducia.

Sarebbe davvero una grande soddisfazione riuscire a farcela, riuscire a fare una buona gara e correre una maratona come sogno di correrla.
Ho bisogno di emozionarmi come succede sempre in prossimità dell’arrivo, quando realizzo che ho fatto una buona gara, che ho corso bene e che tutte le mie fatiche hanno un senso.
Per me. Un riscatto di tutto quello che ho passato negli ultimi sei mesi.
Per il Principe consorte, perché il mio successo è anche il suo e viceversa.

E tutto il resto del mondo, se non vuole capire, se non sa comprendere, se non riesce o non vuole condividere questo mio modo di essere, andasse pure in malora nel suo sconfinato giardino dalla siepe a forma di merlatura guelfa, un mondo di fatto solo di caminetti in pietra e bagni in marmo.
Chiusi, mentre la vita è fuori.
Corsa o non corsa, la vita è fuori ed è fatta di esperienze che non puoi fare per interposta persona o davanti alla TV.
Sono il brutto anatroccolo della famiglia ma chissà, forse anche un cigno.

mercoledì 24 ottobre 2012

“Tutto bene, grazie. E tu?”

Un incontro anomalo ieri sera, alla cassa del supermercato, con un amico di quelli che quando esci dal giro poi non li rivedi più, uno di quelli che quando le cose cambiano, loro pure cambiano: atteggiamento, opinione e anche modo e maniera di guardarti se si degnano di rendersi conto che ancora esisti.
Un amico per modo di dire insomma, anche se qualche esperienza insieme è stata condivisa e tutto il resto che sarebbe potuto essere e non è stato perché guarda a caso era amico di quello che è stato il tuo ex.
Mi guarda, esamina me, gonna e stivali, il carrello pieno di verdura dove il mio Ico saltella  sorridente, il mio meraviglioso marito che adagia i prodotti sul nastro, e fa’ una smorfietta di quelle che non significa nulla.. o forse tutto.

“Come stai?” mi chiede.
Ma la sua espressione nel guardarmi è già di per sé una sintesi della risposta che potrei dargli.
“Mi dicono che sei diventata una che corre seriamente..”.
Sorrido e ripiombo nell’assillo di quello che è stato cinque anni fa’.
Una pozzanghera melmosa in cui mi sono trascinata annaspando, determinata solo a continuare una cosa bella che avevo appena iniziato a fare: correre.
Sebbene tutto il mio entourage di “mojtomani” mi prendesse un po’ per scampanata.
In fondo è così che sono le donne quando si lasciano con l’uomo, il marito, il compagno.
Incerte. Confuse.
E io lo ero, e molto.
L’impressione che avevo era che mi guardassero tutti stranamente, come fossi una foglia che nel vento descrive voli bizzarri e un po’ pindarici. Con degnazione.
“Passerà” o “Vedrai che fra poco starai meglio” e “Ma se l’hai lasciato tu!!” come se una scelta sofferta fosse sintomo di una diversa intensità di dolore o rimorso.
Come se non rappresentasse il fallimento che era.
E poi ritrovarmi nella sera, a correre.
Senza nessun tipo di finalità se non quella di calmarmi, tranquillizzarmi.
Il mio training autogeno.
E ritrovarmi così stanca da poter finalmente dormire di nuovo, senza sonniferi.
La mia terapia.
Ci sono voluti nove mesi, prima che fossi pronta, non ad una gara, ma alla vita.

“Tutto bene, grazie. E tu?”

lunedì 22 ottobre 2012

Armi e bagagli

E anche il finesettimana lungo è volato via.
Sabato, nell’attesa che il Principe Consorte rientrasse dal suo lungo trail di 63 chilometri, io e Ico ci siamo dondolati qui e là attorno al lago, dando moderatamente spettacolo; lui coi suoi capricci, io con le mie fantastiche manovre di parcheggio del carro armato col cambio automatico del gentile consorte. È una macchina che mi mette a disagio. Sembra che sappia perfettamente che la mano del padrone è ben altra cosa e mi si oppone fieramente, come per farmi dispetto.

Domenica mattina ho corso io: 5 chilometri di collinare e poi giù lungo il lago, il ritorno una lunga salita che però non mi ha dato particolarmente fastidio. In tutto dodici chilometri piuttosto svelti col sole che comincia a fare capolino da dietro i monti. Bello.
Possibile che ogni panorama mi sembri più bello di quello che vedo ogni giorno?!
Sono segni d’insofferenza per una situazione insanabile, lo so bene e me ne rendo conto.
La giornata si è srotolata via in una gita in barca su un’isola incantevole, un piatto di pasta buonissimo a mezzogiorno in una veranda affacciata sul lago e una passeggiata in collina a vedere un santuario solitario in mezzo a querce e betulle.

Piccole cose, in attesa di novembre, la mia maratona, di dicembre e la sua gara sulla neve e le vacanze di Natale, che quest’anno ci vedrà ben lontani da casa, ben distanti da qualsiasi cosa ci possa intristire, come se i pensieri fosse possibile lasciarseli dietro, come un carico troppo pesante.
Quel che mi conforta è che siam sempre stati bravissimi a fare i bagagli.

lunedì 15 ottobre 2012

Panta rei

Tutto passa, tutto scorre, tutto si trasforma.

Senza fare della filosofia spicciola si va’ avanti comunque; anche senza essere per forza cinici e disincantati, è vero che chi resta dimentica.
Sono andata al funerale, doverosamente, ma al cimitero, no.
Non ho voluto, non mi sono voluta infliggere più pena di quanta già non ne provassi.
Già è stata dura così, ritrovarmi ad esempio a due metri dalle mie cugine, che non mi hanno risparmiato a suo tempo insulti e maldicenze e che, nel momento del cordoglio più mio che loro, visto che la nonna l’avranno vista si e no due volte negli ultimi sei anni, vengono a cercarmi per un abbraccio consolatorio. Non ho bisogno di capire nè di perdonare.
Ho alzato il viso pieno di lacrime e ho fatto finta di non vederle.

Non sono un’ipocrita e purtroppo non sono nemmeno diplomatica. Non voglio fingere un affetto che non provo e non ho bisogno di un abbraccio falso, dopo anni di silenzio.
Il giorno dopo si, sono andata a cercarla, nel silenzio del camposanto, con i fiori smossi dal vento sulla tomba spoglia, ma lei non c’era lì.

Lei c’è senz’altro di più quando esco quel quarto d’ora la sera, dopo che ho messo a posto casa, quando Ico gioca nella sua stanza e il Principe consorte galleggia beato nell’idromassaggio.
Io mi avvolgo nel pile ed esco nel cortile già buio, per dieci minuti, e allora come se un’onda fosse passata davanti ai miei occhi, riesco a rivederlo com’era trent’anni fa’, con i grandi vasi in cemento pieni di piante e fiori di ogni tipo, l’altalena in ferro già arrugginita, l’orto con gli odori e il pezzo di vigna che non faceva mai uva.
Col cemento che odorava di caldo in estate e il portico brinato di giaccio in inverno, dove minuscole stalattiti pendevano dalle travi più esposte.
Con i ranuncoli che spuntavano dalla neve e le rose, rose dappertutto, che in maggio ammorbavano l’aria.
Dieci minuti poi il velo cala di nuovo e tutto torna com’è ora.
Né meglio né peggio.
Solo diverso, perché “panta rei”.

martedì 9 ottobre 2012

Scommettiamo?

A ‘sto giro non mi arrabbio, anche se la chiaccheratina in pausa caffè col uno dei fornitori che corre (tutta gente brutta frequento, io!) mi ha lasciato un po’ da pensare.
Alla mia uscita: “Faccio Torino!” ribatte pronto “Ehhhhh, l’anno scorso l’ho chiusa in 3 e 47”.
Ok, mi dico.
Che non è che tra l’altro ci sia da andarne particolarmente fieri, soprattutto se non faceva un caldo africano, se non ti sei rotto una gamba, se ti sei allenato decentemente e soprattutto se corri da vent’anni... come te, prendi uno a caso.
“Vorrei fare 3 ore e mezza” butto là, titubante, per chiedermi subito dopo: “…ma perché non te ne stai zitta, ogni tanto?!”.
Che me la sono proprio cercata, l’occhiata lunga quanto basta e perplessa quanto basta al panettone che orna il mio fondoschiena.
Gli uomini mi guardano le chiappe e mi sottovalutano.  
Il mio culo ha il suo perché e soprattutto non intralcia nelle operazioni del running e men che mai in quelle del triathlon, a dirla tutta.
Certo, non ho l’otto per cento di massa grassa, ma in realtà, non ce l’hanno neanche la maggioranza dei presunti atleti o triatleti che frequento.
In gara ho persino visto uomini col deretano più grosso del mio, pensaunpo'!
Ho superato agevolmente donne dai fianchi più stretti ma dal fiato molto più corto, non senza una maligna quanto intima soddisfazione, sia sui dieci chilometri sia in maratona.

Chissà perché, ma quell’occhiata me l’aspettavo..
Come se non potesse essere vero che una donnetta corra più forte di te, maschio moderno.

Come quel simpatico triatleta che a Pescara, mentre correvo la mezza, mi ha detto: “Stai andando troppo forte” (un pacchettino di cazzi tuoi, no?).
Poi si è girato e al suo amico ha detto: “Questa scoppia..!”.
Ho visto i braccialetti che aveva al polso, ho capito che era un giro indietro e che non gli sembrava vero di essere superato. C’è gente così, che la vive male e molti sono maschi.
Un bel sorriso e via, all'arrivo.
E farò così anche domenica, alla mezza, quando troverò il campione di cui sopra, al ristoro finale. Dove arriverò, culo grosso o no, prima di lui.

Scommettiamo?

mercoledì 3 ottobre 2012

La mia guerra col trattore rosso..

...che già di mattina io ho i minuti, macchè dico minuti, i secondi contati!

Porto Ico all'asilo e mi faccio due ma proprio due chiacchere con le maestre che lo accolgono.
Lui e Sara sono i primi due bimbi che arrivano all'asilo. Sara è più grandigella, figlia di immigrati nordafricani con gli occhi grandi ed espressivi, dolcissimi. La porta a scuola il papà sulla piccola utilitaria blu e tutte le mattine ci incrociamo e tutte le mattine mi saluta, che nemmeno il mio vicino di casa mi saluta così volentieri.
Che bello, non ci sono abituata più io, alla cortesia.

Lasciato Ico ai suoi spassi, parto per l'ufficio, che raggiungo comodamente in circa sette minuti di strada poderale, asfaltata per errore, credo, in mezzo a quel che rimane della campagna, fatti salvi magazzini, rimesse abusive per i TIR, smisurati impianti fotovoltaici e cave di ghiaia.
Una volta la campagna, seppur solo campagna, aveva un suo fascino, anche se certo non è il panorama dei ghiacciai sul Monte Bianco, il Blon Blan come lo chiama Ico.

Adesso rari campi rimangono qui e là, ma il traffico di trattori rimane immutato, come se ci trovassimo in un latifondo argentino anzichè nel basso piemonte.

Ci sono settantenni che vanno dal vicino a prendere il caffè, in trattore.
E ci vanno la mattina tra le sette e cinquanta e le otto: probabilmente tendono l'orecchio per uscire da cortile col trattore proprio quando sta per passare una sgarruppata macchinina bianca, con a bordo una nervosissima ricciola rossa, che deve essere in ufficio nei prossimi cinque minuti.
E spesso, siccome devono verificare la rotta, si fermano in mezzo alla stradicciola, ad una carreggiata, perchè ovviamente non possono entrare nel campo con il trattore dalle grandi ruote grippanti.
No, ci deve entrare la macchinina bianca, nel campo, sempre con la nervosissima riccola rossa che ad ogni minuto che passa è sempre più nervosa e tentata di scendere e dare due botte in testa al conducente del trattore o quantomeno per inviatarlo a rimandare la sua scampagnata ad almeno una mezz'oretta più tardi!
Ma questa mattina, quando dietro al trattore rosso c'era anche l'amico ottantenne sul trattore blu, il nervosismo si è mutato in disperazione (uh, che parolone) e sto seriamente meditando di vendere il coupè per comprarmi un trattore pure io.
Almeno, lottare ad armi pari!