venerdì 25 febbraio 2011

il campo di papaveri

C’era una volta un campo che in primavera inoltrata si riempiva di splendidi papaveri.
Era vicino a casa mia e l’anno scorso abbiamo preso le biciclette, abbiamo messo il Tubo nel suo marsupio e via… tra le braccia del papà e della mamma, in mezzo ai papaveri rossi fruscianti nel vento.
In estate era un bel campo pieno di verde e d’autunno si spogliava del verde per riprendere i toni bruni del terreno circostante.
Era un grande campo, attraversato da una strada bianca e inghiaiata che portava ad una vecchia cascina.
Ieri pomeriggio in pausa pranzo sono andata a correre e son passata accanto al campo di papaveri.
Non c’è più.

C’è un cantiere, piene di buche nel terreno spoglio e violentato, pieno di cemento e ferro, pieno di operai stolidi che mi urlavano dietro epiteti.
Che tristezza.
Lo so, lo scempio del cemento si compie ogni giorno accanto a noi e nessuno ci fa’ neppure più caso.
Ma è sempre un campo in meno e del cemento in più.
Saranno nuovi capannoni, nuovi centri commerciali?
Non lo so, ma mi fa’ schifo.

Vorrei entrare in quel gigantesco cantiere pieno di camion e di sabbia e di betoniere e farlo saltare per aria.
Non lo farò, ma vorrei tanto.
Mi sentirei meglio, ma non si può.

Che peccato...

giovedì 24 febbraio 2011

Io sono una mamma

ore 14.15 ho portato il Tubo al nido,  non un piantino. Nulla. Si è precipitato al suo angolo giochi e si è messo lì tranquillo a curiosare.

ore 14.45 mi sto consumando il fegato dalla curiosità.. cosa starà facendo? si divertirà? si sentirà a suo agio?!
Vorrei telefonare ma non oso.
Anzi, me lo vieto.


E poi..? Ma dove, ma quando, ma io non sono mica una mamma apprensiva! Io sono una mamma anomala, io sono una mamma grintosa.


Anomala 'sto piffero.
Sono una pappamolla proprio come tutte le altre, anzi peggio, che non mi concedo nemmeno di essere una pappamolla con una certa soddisfazione.

Io sono una mamma.
Sono proprio una mamma...

era ora di capirlo!

mercoledì 23 febbraio 2011

l'amante

Se ne parlava l’altra sera a cena con gli amici dopo l’allenamento di spinning. Tradimenti, corna e tutti gli annessi e connessi.
A parte il fatto che, avendo avuto in passato il carbone bagnato di solito mi sento a disagio di fronte a quelli che partono in tromba col perbenismo, mi riesce difficile esprimere un pensiero coerente, perché se da una parte capisco benissimo chi vorrebbe il traditore alla gogna e punito di tutte le più terribili punizioni, dall’altra un po’ di umana solidarietà non si nega a nessuno e poi ci son casi e casi.
Le corna le avrò sicuramente portate anche io. Non so bene come, dove e quando e nemmeno perché, infatti non ho mai lasciato nessuno perché mi tradiva e se è stato, non l’ho mai saputo. Beata ignoranza.
Ho sempre lasciato per motivi sentimentali: mi ero stancata, non ero più innamorata o mi ero innamorata di un altro.

Il tradimento, in effetti, non è un toccasana per la coppia e chi lo predica come tentativo ultimo di accendere l’interesse dell’altro, deve’essere un po’ alla frutta a parer mio. In realtà penso che bisogna “saper tradire” e, nel caso, non farsi beccare mai, nonché negare tutto, sempre negare tutto, anche l’evidenza.
Questo chiaramente se si è interessati al compagno/a e non ci si vuole far mollare. Se invece si tradisce con l’intenzione di farsi lasciare, beh… allora libero sfogo alla fantasia, però a ragion veduta, non rimorde la coscienza?
A me si.
Ci sono modi più carini e pieni di sensibilità per finire una storia.
Detto questo, per tradire ci vuole tempo a libero a disposizione, a meno che non si trovi il presunto amante sul posto di lavoro. In azienda non c’è pericolo, siamo ben di là da qualsivoglia tentazione, per cui sono in una botte di ferro.
La dissertazione di oggi ha la stessa pregnanza filosofica di: “se mio nonno avesse tre palle, sarebbe un flipper”.
Prendetemi così, un po’ esaurita..

martedì 22 febbraio 2011

Inserimento

L’asilo nido è privato, con pochi bimbi, ha appena aperto e tutto è nuovo.
Gli ambienti sono colorati e gradevoli, puliti e confortevoli. Ci sono le culle per la nanna e l’armadietto del Tubo è blu: lui ha già capito che è il suo, va’ ad aprirlo sicuro, prende il ciuccio e se lo infila in bocca.

Ieri mattina era un po’ spaventato da questa stanza nuova e sconosciuta, ma stamattina ha già sorriso alla sua “maestra” nel riconoscerla e quando sono uscita dalla stanza non ha fatto una piega.
Ho preso il mio cappotto e sono uscita, mi son fermata un attimo dietro la porta per sentirlo tubare tranquillo, mentre continuava il suo gioco di pentolini e cucchiai, poi ho raggiunto il centro commerciale lì accanto per comprargli un paio di pantaloni nuovi e due calzini antiscivolo.

Ho sentito un senso di sicurezza nuovo, un sollievo strano, velato da un po’ d’ansia. Il cellulare, che di solito se ne sta muto nella borsetta, me lo son messo in tasca, perché non si sa mai che la signora chiami per dirmi che il Tubo sta morendo di nostalgia senza la mamma.
Il telefono non suona.

Sbrigo le mie due commissioni e vado a riprenderlo, come da accordi.
Entro titubante senza farmi notare: lui sta giocando sereno, con la sua nuova amica, sotto gli occhi dell’altra piccolina e della sua mamma.
Mi vede, mi lancia un sorriso sicuro e tranquillo e pian piano si alza e mi viene incontro. Ci stiamo inserendo bene.
Piccoli passi.

Sono piccoli passi ma sta crescendo alla velocità del suono, alla velocità della luce.

giovedì 17 febbraio 2011

sublimazione

Mi spoglio e l’aria fresca della stanza mi fa’ accapponare la pelle. Per un momento. Eccoci. Il rito si compie. Via la divisa da lavoro, abitino e calze si ripongono nella borsa e via, maglia, pantaloncini e scarpe da running.
Eccomi, adesso sono io. Per me è quasi impossibile partire pian piano. È come se il mio corpo volesse sfogare l’energia in eccesso, lo stress che lo attanaglia.
Respiro regolare e controllo il passo. Calma, calma, tieni qualche energia da parte per i momenti di difficoltà.
I primi chilometri scorrono, regolari: si scaldano i muscoli, si adatta la respirazione, comincio a sorridere e mi godo la risposta del mio corpo a questo blando stimolo.
Cinque chilometri e poi si accelera: faccio girare le gambe più veloce, spingo con l’avampiede, occhio al movimento delle braccia che deve accompagnare e non ostacolare, controllo la respirazione che diventa più impegnata.

Respirare, respirare, respirare e non pensare alla fatica che si fa’ sentire di più.
Sento il sudore che scorre, il fiato che esce dalla mia bocca, rapidamente, il cuore che batte, ritmicamente, forte, ma funziona tutto, va’ tutto bene.
Al decimo chilometro si fa’ sul serio: aumento il giro di gambe, ormai la respirazione è impegnata, spingo.
Costringo il mio corpo ad essere più rapido ed efficiente nell’esecuzione dei gesti, spingo avanti muscoli, la mia carne, ed è la mia testa che detta il ritmo.
Scorrono i chilometri sotto le mie scarpe che risuonano dentro di me come un mantra: non mollare ora, pensa ad un traguardo e pensa che ci arriverai in spinta, mai barcollando, mai camminando.
E se stai facendo molta fatica, allora aumenta il ritmo.
La prossima volta la sentirai di meno.
È una bugia, ma è così vera.
Sentirò sempre fatica e l’amerò con tutto il cuore.
Questo penso, mentre percorro l’ultimo chilometro, cercando di far sprizzare fuori di me ogni atomo di energia, cercando il mio personale, il mio tempo, la mia sola soddisfazione di tagliare quel traguardo che non c’è, ma è come se ci fosse. Sempre.

mercoledì 16 febbraio 2011

Vuoti affettivi

e sti cazzi.
in questo periodo ho dei vuoti affettivi che neanche una portacontainer abbandonata nel porto di Taranto.

oggi ho pure dei vuoti di stomaco, perchè per via dell'ennesima menata nazionalfamigliare ho magiato uno zucchino e uno yogurt magro, ovvero tutto ciò che offriva il frigo: non mi lesino nulla io.
eccccerto che pesa 49 chili, penserete voi. e si, c'è sempre un motivo e per la settimana prossima ne peserò di sicuro 48, se la solfa è questa.
magari vediamo se per fine mese riesco a diventare trasparente, come la donna invisibile.
e sti cazzi e sti uomini che fanno i bambini. e tu pensi all'amore eterno e a tutte quelle sbrodolate lì, quando le cose importanti sono:
a) una bella carta di credito (oro, nera, quel che l'è): e qui però non mi posso lamentare;
b) un bel pied a terre dove rifugiarsi e far perdere le proprie tracce, diciamo anche solo per un'ora... (avercela l'ora)
bene, mi sono sfogata.

stasera, dopo l'ufficio, andrò a nuotare, così o mi rilasso o ammazzo qualche rompicoglioni che tenta di ingombrarmi la corsia, tanto con la mia mole di sicuro si spaventa e scappa.
e magari non cavo gli occhi a qualcuno che troverò a casa (forse)
ma se non è a casa, non speri di rientrarci.
Ossequi.

martedì 15 febbraio 2011

troppo rumore per nulla

In questi giorni si è fatto molto rumore sul mio “nuovo” orario d’ufficio.
ho rinunciato al chiedere il part-time perché nel mentre che si decide delle mie sorti lavorative, il Tubo potrebbe essere già all’Università e quindi mi pareva inutile.
Ho ripiegato con più serenità possibile sull’orario modificato o per dirla come si dice qui, sul ricollocamento temporaneo dell’orario lavorativo.
Sembra buono. Faccio la mia proposta ragionata e concordata con caposervizio e mi presento all’ufficio personale.
Qui mi invitano a fare domanda scritta con la specifica degli orari richiesti (una variazione di mezz’ora al pomeriggio!!!) e la specifica del lasso temporale interessato ovvero diciotto mesi, finché il bimbo non andrà all’asilo.
Ok. Penso che sia tutto approvato, visto che ho mandato la richiesta in copia anche a Gesù Cristo, ma evidentemente ho dimenticato San Peltro, perché ieri sera alle sei mi viene comunicato che intanto DEVO riprendere col mio orario normale e poi si vedrà. La richiesta è in attesa di approvazione.
Tempistiche, chiedo prima di incazzarmi.
Non si sa’. Abbi fede.
e poi… che fretta hai?!

Mi salta un po’ la mosca al naso perché, gentili signori, ma è da un anno che ho un figlio e non è che ve ne siete accorti adesso, neh?
Non ho chiesto l’impossibile. Ho chiesto di fare 14/18 anziché 14.30/18.30. cazzo. Non mi sembra che sballi questo piccolo mondo antico per questo.
E invece sballa. Zitta muta, vai a casa, non ti agitare e non rompere i coglioni.
Esco e incrocio una collega, casualmente, fa’ il tempo ricollocato o come cazzo si chiama, anche lei. La fermo e mi informo. Ma tu come hai fatto, la domanda, il capo, l’ufficio personale…?
Questa, candida come un fiore, mi dice che lei non ha fatto nessuna domanda scritta, ha chiesto il permesso al capoufficio e questo, troppo carino, gliel’ha concesso.
Così. Senza tante palle.
Ora, oltre al nervoso che se mi infilano una lampadina in bocca sta accesa per 24 ore, mi chiedo, ma c’ho proprio scritto in faccia GIOCONDA…?

lunedì 14 febbraio 2011

Buon compleanno, Tubo!

...
Un anno fa’ ero mamma da circa cinque ore e stavo male da cani.
Preferisco adesso, senz’altro, che sono mamma da un anno e cinque ore e l’unica cosa che mi duole è il ginocchio, ma giusto perché ieri mattina ho fatto un 20 km di collinare tirato, tanto per preparare la mezza maratona di domenica prossima.

Un anno fa’ il mio problema principale era scendere dal letto dell’ospedale tra drenaggi e flebo, oggi mi destreggio tra cambi d’orario, allenamenti e il Tubo che cammina (no, non è esatto, questo corre… già!) e si stampa per terra ogni tre metri.
Con gli occhi di una mamma, anzi della sua mamma, è un bambino bellissimo, sano, vivace.

Spassionatamente, è un bambino bellissimo, sano, molto vivace, molto indipendente, permaloso, curioso, prepotente, precoce, cocciuto.
Non è si può definire dolce o affettuoso, ha i suoi momenti di tenerezza certo, la sera prima di addormentarsi mi accarezza i capelli, ma durante il giorno, lui sta’ benissimo con sé stesso, cercando di combinarne una nuova al giorno.
Mi sarei aspettata un bambino più dolce e affettuoso, ma a quanto pare il suo carattere è già piuttosto ben definito: non ha paura di niente, ha energia da vendere e quando piange disperatamente sta soltanto facendo i capricci.
Lo si nota perché mentre piange, ci guarda da sotto le manine, da consumato attore, per verificare che effetto fa’ la sua scena.
Il Tubo. Alla fine comunque, tra pregi e difetti della personcina che già comincia a rivelarsi per quello che sarà, è uno spettacolo.

venerdì 11 febbraio 2011

vita da femmine

Da lunedì si cambia ritmo, da “veloce” entrerò in modalità “forsennato”.
Questo perché mi è stato consigliato vivamente di non richiedere il part-time pena il lancio dalla terrazza del primo piano.
Avevo furbamente pensato alla riduzione d’orario. Sette ore anziché otto. Ma anche lì si parano ostacoli non da poco: per esempio il congelamento totale degli scatti di avanzamento, che guarda caso, dovrei avere il proprio il prossimo anno. Già mi hanno bruciato il premio produzione che in azienda hanno preso anche i gatti.
Ma io in realtà ho prodotto solo un bambino, quindi non ne ho diritto.
Non c’è che dire. Noi lavoratrici donne siamo davvero molto tutelate.
La scelta che si pone è: o lavori o non lavori. E se scegli di lavorare, non ti azzardare a rompere le balle con tante richieste strambe che non è il caso.
La posizione del principe consorte è tieniti le otto ore di lavoro e ciccia.
A me anche un’ora in meno farebbe piacere.

Il pensiero della giornata è che mia nonna, fortunata lei, avrà pure fatto una vitaccia in campagna, ma almeno non doveva timbrare il cartellino.
Cosa decidere?

mercoledì 9 febbraio 2011

pensieri e parole

Il Tubo, con la febbre da vaccinazione a 39, si è esibito nella sua prima passeggiata in completa autonomia e una volta partito non lo fermava più nessuno, nemmeno gli spigoli vivi dei mobili.

Si demolirà ‘sto bimbo o ha qualche possibilità di sopravvivenza?

Sua sorella, la Bozzola, reduce da un’infilata di moltiplicazioni a due e tre cifre e una serie di divisioni complicatissime, per cui ho dovuto rispolverare tutte le mie nozioni di terza elementare, lo filmava con il mio cellulare con strilletti eccitati “Bravo bravo, Tubo vieni qua, vieni là, girati…”

Il Tubo eseguiva con la disinvoltura di un fotomodello.

Sono sbalorditivi.
Ma io mi guardo da fuori, spassionatamente e mi chiedo cosa ci faccio qui, in questa cucina, con la piastrelle che ho decorato io (ma ero io?!).

Queste cose non dovrebbero succedere a me.
Io corro: mica son capace di crescere dei bimbi, di spiegare le divisioni con la virgola, di insegnare ad allacciare le stringhe, di sgridare un bimbo che fa’ i capricci.

Io che sto pensando di darmi alla triplice (e non allenza) perché il mio ginocchio ha dei seri problemi strutturali che non si risolveranno presto e questa sera il fisiatra mi darà una risposta precisa sulle mie reali probabilità di recupero.

Io che sognavo di fare il Tor de Géants in compagnia del mio atleta preferito, mi ritrovo sul divano ad assistere alla recita di Natale di una bimba che non è mia, ma è come se lo fosse, accarezzandole i capelli e tenendo d’occhio un puffo in pigiama che scorrazza per il salotto cercando di mangiarsi la cristalleria.
E siamo alle solite… si può veramente fare tutto? Essere tutto? E ogni aspetto di questa vita mi riempie di soddisfazione, tranne le otto ore che devo passare in ufficio, anche se ammetto volentieri che son le più rilassanti.

lunedì 7 febbraio 2011

dieta dieta dieta

L’ha deciso il principe consorte: lui diventerà (o è già diventato) vegetariano, io non voglio rinunciare al pesce neanche morta, ma intanto mi nutro di insalatine (insalatone!).
La parola d’ordine è “asciugarsi”, tonificare, diventare praticamente trasparenti, ma anche più in forma (più in forma di così???), meno gonfi e via così.
L’idea di per sé è encomiabile, qualora ce ne fosse veramente bisogno.
Basterebbe applicare quella piccola equazione di calcolo dell’IMC, indice di massa corporea (Kg) / statura (m2), senza barare… (centimenti in più, etti in meno) per fare una piccola verifica: il mio è 19,14.
E già di per sé non è malaccio.
Non soddisfatti, quest’estate abbiamo fatto anche la plicometria, un esame che misura la massa grassa, il cui risultato è stato soddisfacente. Nessun incremento di massa grassa dopo la gravidanza.
A questo punto mi chiedo, ma che mi metto a dieta a fare?!
Mi verrà la faccetta smunta con le rughe e gli occhi fuori dalle orbite.
Ad un certo punto della mia vita mi sono ritrovata a pesare 44 chili, ma non ero proprio un bello spettacolo.
Al massimo mi posso concedere di perdere due chili, così almeno non dovrò rinnovare radicalmente il guardaroba!

venerdì 4 febbraio 2011

Di legno

Prendo il thè con una delle poche persone di questa azienda che non è una stronza rompiballe e chi ti salta fuori? le due miss: le due fighe di legno della serie ce l’ho solo io e pure messa di traverso.
noi continuiamo a sorbire serene il nostro beverone iperglucidico, ma fare finta di nulla non serve, perché le fighe di legno intralciano la conversazione.
E allora, il bimbo di qua, il bimbo di là…
Siccome non voglio essere scortese, rispondo, con quel tono che io tento di rendere leggero e cerco di non dare troppo a vedere quanto sono soddisfatta di questo momento, nonostante gli impegni, il poco tempo per me stessa e casini vari assortiti.
Eggià, mi fa’ la più splendida, un mucchietto d’ossa perennemente vestita Liù Jo. È che tu ti lamenti di gamba buona perché finalmente hai ottenuto quello che volevi...

Momento di silenzio. Sentiamo cosa volevo.

La psicoterapeuta continua: si, perché tu desideravi tanto una vita come quella che fai e quindi ora la cali un po’, ma si vedeva che prima eri infelicissima, quando eri single, eri un po’ così, schizzata, magrissima (ah, l’invidia) e INfelicissima (ci mette pure la maiuscola).

Mi sono trattenuta. Avrei voluto farla a pezzetti piccoli come un puzzle da 5.000, ma mi sono trattenuta.
Ah, menomale che lo sapeva lei, altrimenti chissà, avrei potuto non accorgermi di una fase importantissima della mia vita. Perdermela.

Ho glissato con nonchalance, mai dare soddisfazione a una demente di tal fatta, sennò capace che mette in giro la voce che sono schizzata perché ho il figlio piccolo e son stressata.
L’ho buttata sul ridere ma non capisce le battute, forse si è fatta rimuovere il senso dell’ironia.
Quella è ironica come un camion senza freni.
È proprio fatta così: di legno.

giovedì 3 febbraio 2011

arte..



si insomma, mi sono impegnata parecchio, ma non sono venute benissimo..

mercoledì 2 febbraio 2011

una serata speciale

Come tutti i martedì da un po’ di tempo a questa parte, rientro a casa dopo il lavoro, con i miei dodici chili di Tubo in braccio e trovo il Principe affaccendato in cucina e la Bozzola seduta al tavolo che fa’ i compiti.
Depongo il Tubo, un bacio alla Bozzola e al suo papà che spadella, rimetto in ordine le stanze e do’ una mano alla piccola con i suoi compiti.
Il primo a fare la pappa è il Tubo, mentre sua sorella lo guarda senza tentare di nascondere un po’ di fastidio.
Ceniamo noi, si chiacchera, si ride, la Tv è accesa ma non se la fila nessuno.
Mentre io sparecchio e lavo i piatti, il Tubo e la Bozzola cominciano a giocare insieme. Faccio finta di niente ma li sbircio.
Lei finalmente mostra un larvato interesse per le attività di suo fratello, che intanto le gira intorno alla sedia, le sorride sornione e riesce a farsi considerare.
Lei lo attira con il ciuccio e poi cominciano a fare la gara di “gattonaggio”.
Giocano. Lei ride e lui sghignazza. È piccolo, ma la segue dappertutto per casa e quando lei si allontana un po’ la va’ a cercare.
Ridono.
Poi lei mi chiede se può fargli il bagnetto, allora ci spostiamo di sopra, dove insaponare il Tubo diventa un gioco cui lui si presta volenteroso, quasi volesse compiacere sua sorella.
Lo mettiamo a dormire, dopo un bacino e una carezza e lei pure deve tornare a casa dalla sua mamma.
Ma prima di uscire, si lascia mettere il cappotto, mi da’ un bacio e mi chiede il numero di cellulare del suo fratellino.
Quando se ne vanno, dopo un poco, la Bozzola mi manda un messaggio per dirmi che forse viene venerdì, e che è stata una bella serata, grazie.


Così terribilmente normale da essere speciale.

martedì 1 febbraio 2011

Idiota

Succede che io racconto il mio splendido fine settimana trascorso tra musei vaticani e Piazza Navona, girando intorno all’Ara Pacis, facendo shopping come una diva in Via Condotti e prendendo un thè da Babington’s in Piazza di Spagna, quando la fanciulla davanti a me mi dice che anche lei è andata via questo fine settimana.
E' tornata a casa, a duemila chilometri da qui.
Il suo papà è in rianimazione, era gravissimo: ora è molto grave, ma stabile.
Succede che mi sgorgano lacrime come una fontana e mi sento un’idiota.
Il suo papà sta morendo e lei mi consola.
Con un sorriso triste mi dice che ormai ha smesso di piangere.

la prima parola del Tubo...

mi guarda amorevole e fa': "Abbabba!"...
Ma non sono io che sono appena tornata da Roma?!