C’era una volta un campo che in primavera inoltrata si riempiva di splendidi papaveri.
Era vicino a casa mia e l’anno scorso abbiamo preso le biciclette, abbiamo messo il Tubo nel suo marsupio e via… tra le braccia del papà e della mamma, in mezzo ai papaveri rossi fruscianti nel vento.
Era vicino a casa mia e l’anno scorso abbiamo preso le biciclette, abbiamo messo il Tubo nel suo marsupio e via… tra le braccia del papà e della mamma, in mezzo ai papaveri rossi fruscianti nel vento.
In estate era un bel campo pieno di verde e d’autunno si spogliava del verde per riprendere i toni bruni del terreno circostante.
Era un grande campo, attraversato da una strada bianca e inghiaiata che portava ad una vecchia cascina.
Era un grande campo, attraversato da una strada bianca e inghiaiata che portava ad una vecchia cascina.
Ieri pomeriggio in pausa pranzo sono andata a correre e son passata accanto al campo di papaveri.
Non c’è più.
C’è un cantiere, piene di buche nel terreno spoglio e violentato, pieno di cemento e ferro, pieno di operai stolidi che mi urlavano dietro epiteti.
Che tristezza.
Che tristezza.
Lo so, lo scempio del cemento si compie ogni giorno accanto a noi e nessuno ci fa’ neppure più caso.
Ma è sempre un campo in meno e del cemento in più.
Saranno nuovi capannoni, nuovi centri commerciali?
Ma è sempre un campo in meno e del cemento in più.
Saranno nuovi capannoni, nuovi centri commerciali?
Non lo so, ma mi fa’ schifo.
Vorrei entrare in quel gigantesco cantiere pieno di camion e di sabbia e di betoniere e farlo saltare per aria.
Non lo farò, ma vorrei tanto.
Mi sentirei meglio, ma non si può.
Che peccato...
Vorrei entrare in quel gigantesco cantiere pieno di camion e di sabbia e di betoniere e farlo saltare per aria.
Non lo farò, ma vorrei tanto.
Mi sentirei meglio, ma non si può.
Che peccato...