lunedì 15 ottobre 2012

Panta rei

Tutto passa, tutto scorre, tutto si trasforma.

Senza fare della filosofia spicciola si va’ avanti comunque; anche senza essere per forza cinici e disincantati, è vero che chi resta dimentica.
Sono andata al funerale, doverosamente, ma al cimitero, no.
Non ho voluto, non mi sono voluta infliggere più pena di quanta già non ne provassi.
Già è stata dura così, ritrovarmi ad esempio a due metri dalle mie cugine, che non mi hanno risparmiato a suo tempo insulti e maldicenze e che, nel momento del cordoglio più mio che loro, visto che la nonna l’avranno vista si e no due volte negli ultimi sei anni, vengono a cercarmi per un abbraccio consolatorio. Non ho bisogno di capire nè di perdonare.
Ho alzato il viso pieno di lacrime e ho fatto finta di non vederle.

Non sono un’ipocrita e purtroppo non sono nemmeno diplomatica. Non voglio fingere un affetto che non provo e non ho bisogno di un abbraccio falso, dopo anni di silenzio.
Il giorno dopo si, sono andata a cercarla, nel silenzio del camposanto, con i fiori smossi dal vento sulla tomba spoglia, ma lei non c’era lì.

Lei c’è senz’altro di più quando esco quel quarto d’ora la sera, dopo che ho messo a posto casa, quando Ico gioca nella sua stanza e il Principe consorte galleggia beato nell’idromassaggio.
Io mi avvolgo nel pile ed esco nel cortile già buio, per dieci minuti, e allora come se un’onda fosse passata davanti ai miei occhi, riesco a rivederlo com’era trent’anni fa’, con i grandi vasi in cemento pieni di piante e fiori di ogni tipo, l’altalena in ferro già arrugginita, l’orto con gli odori e il pezzo di vigna che non faceva mai uva.
Col cemento che odorava di caldo in estate e il portico brinato di giaccio in inverno, dove minuscole stalattiti pendevano dalle travi più esposte.
Con i ranuncoli che spuntavano dalla neve e le rose, rose dappertutto, che in maggio ammorbavano l’aria.
Dieci minuti poi il velo cala di nuovo e tutto torna com’è ora.
Né meglio né peggio.
Solo diverso, perché “panta rei”.

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