Come per un colpo di vento, la giornata si è trasformata completamente, nel giro di 57 minuti e 42 secondi.
Stamattina non era cominciata benissimo, col Principe consorte che si mette a fare gli impacchi di thè freddo all’occhio afflitto da congiuntivite del piccolo Ico, per pulirglielo alla fine dell’operazione col bavagliolo intriso di marmellata d’arance amare.
Insomma, un paciugo.
Senza contare che il fatto di trovare il parabrezza di Twingo rivestito da un leggerissimo ma persistente strato di ghiaccio, mi ha procurato un palpito d’angoscia.
Ci siamo, il grande freddo è alle porte.
Dopo una mattina a fare e a ricevere telefonate al limite del nonsense, l’appuntamento con le ripetute in pista di ripropone minaccioso.
E son già stanca al solo pensiero.
E invece, dopo tre chilometri di riscaldamento a 5, parto coi miei 10*400 a 4 che vengono fuori anche un po’ più allegri.
Recupero sempre di 400 metri a 4e40, anche quello più allegro del solito.
Defaticamento (rapidissimo, per questioni di orario) a 5.
Fatica si, ma gestibile e, tutto sommato, molta regolarità sia nella ripetuta, sia nel recupero. Buone sensazioni.
Dodici chilometri e ciccia che mi hanno rimesso in sesto, endorfine a manetta e adesso aspetto la garetta di domenica, l’ultimo test sui dieci chilometri da correre su uno sterrato piuttosto veloce.
Poi recupero, un ultimo richiamo di velocità la settimana prossima e amen.
Alea iacta est.