Ieri mi sono letta tutta la sentenza che assolve “per non aver
commesso il fatto” i due principali imputati, tra i sette e ripeto sette, tra medici del pronto soccorso e
radiologi, che nei primi giorni di un gennaio di un paio d’annetti fa’ hanno
avuto in cura una mia cara amica e che, non avendo capito niente, nemmeno che
fosse moribonda, l’hanno dapprima dimessa e poi, al secondo ricovero in pronto
soccorso, dopo averle assegnato un “codice verde”, l’hanno lasciata morire su
una barella.
Onestamente, pur facendo tutti gli sforzi possibili e
immaginabili, non riesco a capire la valenza di questa sentenza.
Sette medici che non riescono a realizzare che davanti a loro c’è
una persona che non ha un’influenza, che non ha un trauma e, infatti le lastre
non evidenziano fratture di sorta, ma che sta male, seriamente male.
Nessuno si fa’ una domanda di più, le fanno gli esami di routine
(e a dir la verità, se magari già al primo ricovero le avessero fatto anche un
esame del sangue, forse qualche allarme sarebbe scattato, ma nessuno ritiene
opportuno approfondire) e se la sbrigano mandandola a casa con un
antiinfiammatorio e un antidolorifico.
E la condannano a morte, perché quando torna in ospedale, è già in
buona sostanza moribonda. Per sfortuna, perché “non ci sono prove che lei
presentasse già i sintomi di sepsi”, quella sepsi che l’ha uccisa.
E sfortuna vuole che stia cambiando il turno e che la dottoressa
che la prende in carico alle otto non si accorge nemmeno che ha davanti una
morente.
E nonostante la suddetta sentenza sia piena di considerazioni sul
pressapochismo, sulla superficialità dell’operato dei sanitari, vanno tutti
assolti “perché il fatto non sussiste”.
Il radiologo ha risposto ai quesiti tecnici, quindi ha fatto il
suo dovere, la dottoressa ha chiamato l’infettivologo, che poi è arrivato
quattro ore dopo, ma ha fatto il suo dovere.
Risultato: la paziente è morta. Ma
il fatto non sussiste.
Dice la sentenza, lei era comunque condannata. Perché? Perché
quando è stata ricoverata per la prima volta, due giorni prima, quando ancora
si sarebbe potuta salvare, nessuno ha capito che aveva qualcosa di molto più
grave di un’influenza o di una contusione alla spalla.
Aveva una sepsi. Un’infezione grave (e mi vengono i brividi,
perché l’anno dopo è toccata pure a me) ma, nessuno dei medici, dai quei
sintomi (così dicono), avrebbe potuto capirlo, ipotizzarlo, pensarlo.
Ma ora io mi chiedo, cosa ci stanno a fare
allora i medici, se non possono capire mai niente? Se non possono fare mai niente?
E dico, ora, non è tanto per la punizione in sé, ma è la
valutazione dell’operato di un sanitario che non si accorge che una persona le
sta morendo sotto il naso.
E, infatti, lei, sfortunata, è morta nel pomeriggio, in un’agonia
e tra sofferenze che potevano essere lenite, almeno.
Una morte che se pur fosse stata inevitabile, poteva essere
procrastinata. Almeno.
Io non so se dormirei tanto bene di notte, se fossi la dottoressa Pinco
Palla, che se l’è avuta davanti per tutto il suo turno, e non
ha capito niente di quello che stava succedendo.
Ma è un mio personalissimo pensiero, ecco.
Non siamo qui per attribuire colpe, ma per capire. Capire come si possano evitare queste inutili tragedie. Eppure non ce la facciamo. Eppure, come ha detto il suo papà, sembra quasi che sia stata colpa sua, che non è ritornata in ospedale anche il giorno dopo il primo ricovero, o che la sua diagnosi non sia stata capace di farsela da sè.