mercoledì 31 ottobre 2012

ognissanti

..che a me Allouiiiin mi fa' un baffo.
E poi non lo capisco, non mi appartiene e non mi interessa.
Domani dovrebbe essere bel tempo, ma tanto, meglio della pioggerellina fitta fitta che ti inzuppa di oggi, sarà meglio comunque. Forse.
A meno che non arrivi l'uragano Sandy anche da noi, che si sa, Niu Iork è così vicina..
Non divaghiamo, domani sarà bel tempo ed io mi butterò a fare ripetute sul Castello (che poi non è un castello ma è l'unico parco disponibile nelle vicinanze).
Finalmente, che son stufa di girare a 5'al km.
Il Principe consorte mi dice "piano piano!" ma le gambe vorrebbero andare. Chissà dove, chissà come e soprattutto chissà se andranno a 5' al km per 42 chilometri, quando sarà il momento.

Ma domani, dicevo, Ognissanti, che poi il due novembre c'è sempre la folla di chi si deve far vedere per forza, porterò due fiori a due tombe così come li porto (quasi) ogni sabato.
Sempre due fiori, che tanto se fossero pietre sarebbe uguale.
E in questo l'uso ebraico non mi dispiace e ogni tanto lo faccio.
Scelgo una bella pietra e la lascio lì, sul marmo.

Li porto per me, più che per loro, lo so.
Sperando che il vento non li spazzi via e che nessuno mi veda.
Ma si sa, son cose che succedono.

lunedì 29 ottobre 2012

siamo una squadra fortissimi

E' così, siamo una squadra fortissimi, al maschile plurale e pure superlativo.
Ico e il Principe consorte ed io.

Certo, se ieri ci fosse stata la bella giornata di sole che sta uscendo oggi, beh, anche il mio compito sarebbe stato più facile.
E invece, condizioni atmosferiche avverse, molto avverse, freddo, pioggia a scrosci e raffiche di vento; non potevo farmi mancare nulla per il mio ultimo lunghissimo, 36 chilometri in tutto, organizzati simpaticamente in una mezza maratona locale, sommata a 15 chilometri in direzione casa, con macchina di appoggio per il rifornimento idrico.
Meglio di così...?

L'unica cosa che mi scoccia alla partenza è sapere che dovrò correre nelle retrovie e per non partire subito a stecca, inficiando il lavoro di oggi, retrovie siano.
Non siam qui per fare il personale, ma per correre e basta, regolando il ritmo e cercando continuità nel gesto e nel passo.
Lo faccio con alterna fortuna assecondando il vento (cattivo) e sfruttando la compagnia di altri amici con cui scambio due parole.
Passo alla mezza con un po' di fastidio per la mancanza dell'accellerazione di fine gara e per i soliti beoti che arrivano un minuto prima di te, si girano e ti fanno :"Dai, dai,  sei arrivata, dai non mollare!!". Convinti.
Cerco di non farmi scappare un :"Ma sparati!" così come cerco di non farmi scappare un "Vaffanglu!" al solito giudice che mi dice che il pettorale va' sul petto. Mapensaunpo'... menomale che me lo ricordavi tu, il significato etimologico di pettorale. Non vedi che ho l'elastico in vita, che si è girato?
Certa gente ha l'elasticità mentale di un blocco di granito di Montorfano.

Un bacio (anzi, "un bicio", come dice lui) a Ico, che ha già al collo anche la mia medaglia di finisher, un sorso d'acqua, metto a posto le scarpe (troppo stetti i lacci) e sgommo via, sotto lo sguardo un po' perplesso dei presenti.
Ultimi 15 chilometri contro vento, che finchè sono tra alberi e case da' meno noia del previsto, ma sul lungo drittone di 6 chilometri alla fine, beh.. mi scoraggia un po'.
Rallento un pochino, mi metto in modalità "barcollo ma non mollo" e non mollo per davvero. Concentrata, come la passata di pomodoro.
Al 36° e 2 metri, c'è la macchina del Principe consorte: mi fa' spogliare, chè sono intrizzita e bagnata. Mi da' un'asciugata veloce, mi riveste e mi porta a casa.
36 chilometri a 5 e 07 (per la precisione) che non sono da buttar via e un grazie ai miei uomini, che rendono possibili i miei sogni o perlomeno, mi aiutano.
Si, siamo una squadra (fortissimi).

venerdì 26 ottobre 2012

il brutto anatroccolo

Sembra una legge incontrovertibile che il giorno della mia gara ci debba essere un tempo da lupi. In realtà non sarà propriamente una gara, perché domenica correrò una mezza a ritmo facile, per poi proseguire, dopo il traguardo, verso casa per altri 15 chilometri in (speriamo di tenerla) leggera progressione.
Alla fine dovrei essere riuscita a fare 35 km a ritmo gara.
E anche l’ultimo lunghissimo sarà stato fatto, dopodiché dovrò pensare al recupero e alle ultime rifiniture di lavori veloci in pista.
Il 18 novembre si avvicina ed io sono emozionata, concentrata e felice, perché sto entrando in forma.

Laddove un mesetto fa’ completavo faticosamente i miei dieci chilometri in allenamento, costringendomi ad aumentare l’andatura con un discreto sforzo, ora, nonostante la tosse persistente e fastidiosa che il piccolo untore, Ico, mi ha attaccato, filo come un trenino senza chiedere impegno al mio fisico né alla mia testa.
Anche il fisico è cambiato. Poca roba, ma siccome io ci convivo attentamente con me stessa, senza salire sulla bilancia, so benissimo che ho perso peso.
Quello che mi da’ più soddisfazione, ben al di là dell’aspetto fisico, è la sensazione di correre facile ad andature per me di solito impegnative.
È un buon segnale e mi riempie di fiducia.

Sarebbe davvero una grande soddisfazione riuscire a farcela, riuscire a fare una buona gara e correre una maratona come sogno di correrla.
Ho bisogno di emozionarmi come succede sempre in prossimità dell’arrivo, quando realizzo che ho fatto una buona gara, che ho corso bene e che tutte le mie fatiche hanno un senso.
Per me. Un riscatto di tutto quello che ho passato negli ultimi sei mesi.
Per il Principe consorte, perché il mio successo è anche il suo e viceversa.

E tutto il resto del mondo, se non vuole capire, se non sa comprendere, se non riesce o non vuole condividere questo mio modo di essere, andasse pure in malora nel suo sconfinato giardino dalla siepe a forma di merlatura guelfa, un mondo di fatto solo di caminetti in pietra e bagni in marmo.
Chiusi, mentre la vita è fuori.
Corsa o non corsa, la vita è fuori ed è fatta di esperienze che non puoi fare per interposta persona o davanti alla TV.
Sono il brutto anatroccolo della famiglia ma chissà, forse anche un cigno.

mercoledì 24 ottobre 2012

“Tutto bene, grazie. E tu?”

Un incontro anomalo ieri sera, alla cassa del supermercato, con un amico di quelli che quando esci dal giro poi non li rivedi più, uno di quelli che quando le cose cambiano, loro pure cambiano: atteggiamento, opinione e anche modo e maniera di guardarti se si degnano di rendersi conto che ancora esisti.
Un amico per modo di dire insomma, anche se qualche esperienza insieme è stata condivisa e tutto il resto che sarebbe potuto essere e non è stato perché guarda a caso era amico di quello che è stato il tuo ex.
Mi guarda, esamina me, gonna e stivali, il carrello pieno di verdura dove il mio Ico saltella  sorridente, il mio meraviglioso marito che adagia i prodotti sul nastro, e fa’ una smorfietta di quelle che non significa nulla.. o forse tutto.

“Come stai?” mi chiede.
Ma la sua espressione nel guardarmi è già di per sé una sintesi della risposta che potrei dargli.
“Mi dicono che sei diventata una che corre seriamente..”.
Sorrido e ripiombo nell’assillo di quello che è stato cinque anni fa’.
Una pozzanghera melmosa in cui mi sono trascinata annaspando, determinata solo a continuare una cosa bella che avevo appena iniziato a fare: correre.
Sebbene tutto il mio entourage di “mojtomani” mi prendesse un po’ per scampanata.
In fondo è così che sono le donne quando si lasciano con l’uomo, il marito, il compagno.
Incerte. Confuse.
E io lo ero, e molto.
L’impressione che avevo era che mi guardassero tutti stranamente, come fossi una foglia che nel vento descrive voli bizzarri e un po’ pindarici. Con degnazione.
“Passerà” o “Vedrai che fra poco starai meglio” e “Ma se l’hai lasciato tu!!” come se una scelta sofferta fosse sintomo di una diversa intensità di dolore o rimorso.
Come se non rappresentasse il fallimento che era.
E poi ritrovarmi nella sera, a correre.
Senza nessun tipo di finalità se non quella di calmarmi, tranquillizzarmi.
Il mio training autogeno.
E ritrovarmi così stanca da poter finalmente dormire di nuovo, senza sonniferi.
La mia terapia.
Ci sono voluti nove mesi, prima che fossi pronta, non ad una gara, ma alla vita.

“Tutto bene, grazie. E tu?”

lunedì 22 ottobre 2012

Armi e bagagli

E anche il finesettimana lungo è volato via.
Sabato, nell’attesa che il Principe Consorte rientrasse dal suo lungo trail di 63 chilometri, io e Ico ci siamo dondolati qui e là attorno al lago, dando moderatamente spettacolo; lui coi suoi capricci, io con le mie fantastiche manovre di parcheggio del carro armato col cambio automatico del gentile consorte. È una macchina che mi mette a disagio. Sembra che sappia perfettamente che la mano del padrone è ben altra cosa e mi si oppone fieramente, come per farmi dispetto.

Domenica mattina ho corso io: 5 chilometri di collinare e poi giù lungo il lago, il ritorno una lunga salita che però non mi ha dato particolarmente fastidio. In tutto dodici chilometri piuttosto svelti col sole che comincia a fare capolino da dietro i monti. Bello.
Possibile che ogni panorama mi sembri più bello di quello che vedo ogni giorno?!
Sono segni d’insofferenza per una situazione insanabile, lo so bene e me ne rendo conto.
La giornata si è srotolata via in una gita in barca su un’isola incantevole, un piatto di pasta buonissimo a mezzogiorno in una veranda affacciata sul lago e una passeggiata in collina a vedere un santuario solitario in mezzo a querce e betulle.

Piccole cose, in attesa di novembre, la mia maratona, di dicembre e la sua gara sulla neve e le vacanze di Natale, che quest’anno ci vedrà ben lontani da casa, ben distanti da qualsiasi cosa ci possa intristire, come se i pensieri fosse possibile lasciarseli dietro, come un carico troppo pesante.
Quel che mi conforta è che siam sempre stati bravissimi a fare i bagagli.

mercoledì 17 ottobre 2012

A posto

Oggi ho sbrigato, chè mi sono finalmente decisa a farlo, incombenze che mi aspettavano da un po'. Ho messo a posto cose che solo io potevo mettere in ordine e, nel mio piccolo microcosmo, ho fatto piazza pulita del passato per concedermi di guardare avanti con più serenità.
Non sembra, ma fa'..
A volte, un bel calcio in culo è la reazione che bisognerebbe adottare.
Dico, a volte.

La mezza di domenica è andata dignitosamente, considerato il fatto che venerdì mattina mi sono concessa un collinare allegro di 15 km.
Come promesso al mio caro pubblico di blogger sono arrivata con un lauto anticipo di mezz'oretta sul "simpatico" essere di sesso maschile che ha messo in dubbio le mie capacità podistiche la settimana scorsa.
Tiè.
E va bene che lui faceva da corazziere a una neofita del running che correva in gonnellino (no, la gara in gonnella, no! è così che ci sputtaniamo, care donne..) e detto questo, detto tutto.
Neanche zoppa ci metto due ore e cinque a fare una mezza: mi devono sparare.
Il che non è detto che non succeda, con l'allegra combiccola di cacciatori "ciuccatoni" che circola per la massì, chiamiamola così, campagna circostante.
Che poi qualcuno mi deve spiegare, cosa cavolo cacciano?!
Pantegane, forse.

Questo fine settimana il zoppicante principe consorte si fa' un trail di 63 km; a me tocca guardare e, a sto giro mi sta anche bene, perchè le ultime tendenze autunnali mi porteranno qui, il 18 novembre. Ormai è fatta.
Meglio non pensarci...



lunedì 15 ottobre 2012

Panta rei

Tutto passa, tutto scorre, tutto si trasforma.

Senza fare della filosofia spicciola si va’ avanti comunque; anche senza essere per forza cinici e disincantati, è vero che chi resta dimentica.
Sono andata al funerale, doverosamente, ma al cimitero, no.
Non ho voluto, non mi sono voluta infliggere più pena di quanta già non ne provassi.
Già è stata dura così, ritrovarmi ad esempio a due metri dalle mie cugine, che non mi hanno risparmiato a suo tempo insulti e maldicenze e che, nel momento del cordoglio più mio che loro, visto che la nonna l’avranno vista si e no due volte negli ultimi sei anni, vengono a cercarmi per un abbraccio consolatorio. Non ho bisogno di capire nè di perdonare.
Ho alzato il viso pieno di lacrime e ho fatto finta di non vederle.

Non sono un’ipocrita e purtroppo non sono nemmeno diplomatica. Non voglio fingere un affetto che non provo e non ho bisogno di un abbraccio falso, dopo anni di silenzio.
Il giorno dopo si, sono andata a cercarla, nel silenzio del camposanto, con i fiori smossi dal vento sulla tomba spoglia, ma lei non c’era lì.

Lei c’è senz’altro di più quando esco quel quarto d’ora la sera, dopo che ho messo a posto casa, quando Ico gioca nella sua stanza e il Principe consorte galleggia beato nell’idromassaggio.
Io mi avvolgo nel pile ed esco nel cortile già buio, per dieci minuti, e allora come se un’onda fosse passata davanti ai miei occhi, riesco a rivederlo com’era trent’anni fa’, con i grandi vasi in cemento pieni di piante e fiori di ogni tipo, l’altalena in ferro già arrugginita, l’orto con gli odori e il pezzo di vigna che non faceva mai uva.
Col cemento che odorava di caldo in estate e il portico brinato di giaccio in inverno, dove minuscole stalattiti pendevano dalle travi più esposte.
Con i ranuncoli che spuntavano dalla neve e le rose, rose dappertutto, che in maggio ammorbavano l’aria.
Dieci minuti poi il velo cala di nuovo e tutto torna com’è ora.
Né meglio né peggio.
Solo diverso, perché “panta rei”.

giovedì 11 ottobre 2012

11 ottobre

È da lei che ho preso i capelli rosseggianti, la pelle chiara e gli occhi grandi e acquosi, la cocciutaggine e (lo ammetto) la prepotenza.
Un donnino rosso anche nell’anima, che non ha mai amato i preti anche se le chiese le piacevano un sacco ed era una devota di Santa Rita, la sua patrona.
Come a me, le piaceva leggere, anche se per lei il non plus ultra erano i fotoromanzi.
Era un donnino energico, litigava sempre con mio padre perennemente in competizione per i gerani più belli, le piante più verdi e la frutta più buona.
Se n’è andata stanotte, il giorno del mio compleanno.

Ciao, nonna...

martedì 9 ottobre 2012

Scommettiamo?

A ‘sto giro non mi arrabbio, anche se la chiaccheratina in pausa caffè col uno dei fornitori che corre (tutta gente brutta frequento, io!) mi ha lasciato un po’ da pensare.
Alla mia uscita: “Faccio Torino!” ribatte pronto “Ehhhhh, l’anno scorso l’ho chiusa in 3 e 47”.
Ok, mi dico.
Che non è che tra l’altro ci sia da andarne particolarmente fieri, soprattutto se non faceva un caldo africano, se non ti sei rotto una gamba, se ti sei allenato decentemente e soprattutto se corri da vent’anni... come te, prendi uno a caso.
“Vorrei fare 3 ore e mezza” butto là, titubante, per chiedermi subito dopo: “…ma perché non te ne stai zitta, ogni tanto?!”.
Che me la sono proprio cercata, l’occhiata lunga quanto basta e perplessa quanto basta al panettone che orna il mio fondoschiena.
Gli uomini mi guardano le chiappe e mi sottovalutano.  
Il mio culo ha il suo perché e soprattutto non intralcia nelle operazioni del running e men che mai in quelle del triathlon, a dirla tutta.
Certo, non ho l’otto per cento di massa grassa, ma in realtà, non ce l’hanno neanche la maggioranza dei presunti atleti o triatleti che frequento.
In gara ho persino visto uomini col deretano più grosso del mio, pensaunpo'!
Ho superato agevolmente donne dai fianchi più stretti ma dal fiato molto più corto, non senza una maligna quanto intima soddisfazione, sia sui dieci chilometri sia in maratona.

Chissà perché, ma quell’occhiata me l’aspettavo..
Come se non potesse essere vero che una donnetta corra più forte di te, maschio moderno.

Come quel simpatico triatleta che a Pescara, mentre correvo la mezza, mi ha detto: “Stai andando troppo forte” (un pacchettino di cazzi tuoi, no?).
Poi si è girato e al suo amico ha detto: “Questa scoppia..!”.
Ho visto i braccialetti che aveva al polso, ho capito che era un giro indietro e che non gli sembrava vero di essere superato. C’è gente così, che la vive male e molti sono maschi.
Un bel sorriso e via, all'arrivo.
E farò così anche domenica, alla mezza, quando troverò il campione di cui sopra, al ristoro finale. Dove arriverò, culo grosso o no, prima di lui.

Scommettiamo?

lunedì 8 ottobre 2012

32, si comincia da qui...

o meglio, si ricomincia, perchè non è che io abbia mai smesso di correre.
Il Principe consorte me l'aveva detto che ci sarei riuscita senza problemi, ma in questo momento, con l'autostima sotto le scarpe, a volte faccio persino fatica a credere di potermi svegliare al mattino e trovarmi tutta intera.
Anzichè sbattermi (sbatterci) per attraversare la provincia e partecipare a una 42 km, mi sono alzata (un po' tardi, oserei dire) e ho cominciato a correre, con un piano d'azione molto semplice:16 chilometri in una direzione e 16 chilometri di ritorno.
E fin qui...tutto chiaro.
Non che correre 32 chilometri, quando sei abituata a farne 15 e a volte ma proprio perchè sei in gara 21, sia proprio così come dirlo, lo so benissimo, l'ho già vissuta la sensazione di svuotamento, stanchezza estrema, sfinimento.

Questa volta però è andata bene, anzi no, diciamo la verità, benissimo.
Parto piano piano, ma dopo cinque chilometri mi accorgo che ho accelerato un pochino, mi controllo e cerco di non strafare.
Al decimo chilometro ci sono i miei assistenti personali (Ico e il Principe) che mi passano l'acqua. Corro leggera e serena e devo sempre stare attenta a non esagerare.
Al sedicesimo chilometro, tranquilla e per niente stanca e di ottimo umore (incredibile, sto facendo un lunghissimo!), mi concedo di aumentare un il ritmo.
Vediamo che succede, mi dico, ma non succede niente di particolare.

Dal ventesimo in poi, progressione costante, con un bell'ultimo chilometro allegro, con una fatica fisica del tutto adeguata al chilometraggio e una fatica mentale praticamente assente.

O mi sono ipnotizzata da sola (Ueli Steck sostiene che bisogna sempre pensare positivo, di fronte ad una prova impegnativa.. ma va'?) o sono cambiata.
Un anno fa' avrei tirato giù tutti i santi del paradiso, di fronte a 32 km da sola senza una gara a far da contorno.
E invece, ho fatto (molto) meglio che l'anno scorso a Parma, con almeno un chilometro in più e molti ristori in meno, nonostante una giornata comunque bella calda.
Stamattina tutto bene e la carrozzeria sembra reggere. Ancora due lughissimi e un po' di ritmi per la rifinitura e sono pronta. Vorrei migliorare, anche solo un pochino, il mio personale.
Io ci provo.
Vola solo chi osa farlo.. (citazione rubata a un grande maratoneta!)

giovedì 4 ottobre 2012

la rana ha fatto... brum!

Ci pensavo oggi mentre stavo andando in piscina a nuotare, mentre passavo l'incrocio che porta all'asilo di Ico, e ho allungato il collo per vedere.. niente, in realtà, perchè lui alle 12:15 sarà seduto al suo seggiolino, al suo tavolino, con i suoi compagnetti, a fare pranzo.
Mi divora la curiosità, a volte.
Chissà com'è la sua vita senza mamma e papà.

Le insegnanti mi dicono tutto bene: è vivace, mangia con ottimo appetito, gioca volentieri, cerca la compagnia degli altri bimbi, canta, fa' la nanna tranquillo, obbedisce anche se ogni tanto è discolo.
Tutto bene, come mi dice anche Ico, quando si sveglia la mattina.
Mi dice: "Ciao, tutto bene" in maniera tale che potrebbe essere sia una domanda sia un'affermazione. Poi mi sorride sornione e inizia la sua giornata.

E ieri sera nella vasca da bagno mi fa informato che la rana fa' brum e lui si chiama Ico Iccio.
Ha aggiunto il cognome, che ovviamente non è Iccio... per fortuna.

Guido e ripenso al micio che ho tenuto in braccio mentre moriva, investito mentre uscivo dal lavoro. Succede e poi è stato lui, povero micio, che si è infilato sotto il paraurti della macchina che mi precedeva. Quello non si è neanche fermato però... Ma cosa pretendo mai? Non si fermano neanche se investono una ragazzina sulle strisce pedonali, figurati un gatto.
Guido e ripenso a come siamo tutti bravi, pronti a giudicare, ipocriti e fastidiosi con certi atteggiamenti.

Guido e penso che stasera si va' tutti fuori a cena, per festeggiare il mio onomastico e per decidere la vacanza in dicembre.
Sicilia, finalmente.

Ci porteremo anche Ico Iccio, che è ora che cominci a sentire profumo di casa; dopotutto una parte di lui viene da lì.
E la rana ha fatto brum...

mercoledì 3 ottobre 2012

La mia guerra col trattore rosso..

...che già di mattina io ho i minuti, macchè dico minuti, i secondi contati!

Porto Ico all'asilo e mi faccio due ma proprio due chiacchere con le maestre che lo accolgono.
Lui e Sara sono i primi due bimbi che arrivano all'asilo. Sara è più grandigella, figlia di immigrati nordafricani con gli occhi grandi ed espressivi, dolcissimi. La porta a scuola il papà sulla piccola utilitaria blu e tutte le mattine ci incrociamo e tutte le mattine mi saluta, che nemmeno il mio vicino di casa mi saluta così volentieri.
Che bello, non ci sono abituata più io, alla cortesia.

Lasciato Ico ai suoi spassi, parto per l'ufficio, che raggiungo comodamente in circa sette minuti di strada poderale, asfaltata per errore, credo, in mezzo a quel che rimane della campagna, fatti salvi magazzini, rimesse abusive per i TIR, smisurati impianti fotovoltaici e cave di ghiaia.
Una volta la campagna, seppur solo campagna, aveva un suo fascino, anche se certo non è il panorama dei ghiacciai sul Monte Bianco, il Blon Blan come lo chiama Ico.

Adesso rari campi rimangono qui e là, ma il traffico di trattori rimane immutato, come se ci trovassimo in un latifondo argentino anzichè nel basso piemonte.

Ci sono settantenni che vanno dal vicino a prendere il caffè, in trattore.
E ci vanno la mattina tra le sette e cinquanta e le otto: probabilmente tendono l'orecchio per uscire da cortile col trattore proprio quando sta per passare una sgarruppata macchinina bianca, con a bordo una nervosissima ricciola rossa, che deve essere in ufficio nei prossimi cinque minuti.
E spesso, siccome devono verificare la rotta, si fermano in mezzo alla stradicciola, ad una carreggiata, perchè ovviamente non possono entrare nel campo con il trattore dalle grandi ruote grippanti.
No, ci deve entrare la macchinina bianca, nel campo, sempre con la nervosissima riccola rossa che ad ogni minuto che passa è sempre più nervosa e tentata di scendere e dare due botte in testa al conducente del trattore o quantomeno per inviatarlo a rimandare la sua scampagnata ad almeno una mezz'oretta più tardi!
Ma questa mattina, quando dietro al trattore rosso c'era anche l'amico ottantenne sul trattore blu, il nervosismo si è mutato in disperazione (uh, che parolone) e sto seriamente meditando di vendere il coupè per comprarmi un trattore pure io.
Almeno, lottare ad armi pari!

martedì 2 ottobre 2012

l'ultima a morir..

La madre snaturata che è in me non si da’ pace.
Domenica avrei dovuto correre una maratona, ma poi subentrano mille paranoie e si lascia perdere. Io lascio perdere.
Mi dico che 32 chilometri a casa andranno benissimo, domenica prossima.
Si, l’importante è crederci e soprattutto correrli, 'sti 32 chilometri.
Oggi vengo a sapere che le due colleghe simpatiche (lo sono davvero!) del piano di sotto andranno in part-time e mi coglie una fitta d’invidia.
6 ore anziché 8 in questo carcere di cartacce non sarebbero male. Potrei, potrei…
Ma non posso. E poche palle.
Primo perché amo la mia indipendenza economica.
Non dipendo da nessun uomo e non voglio essere costretta a farlo.
Secondo perché devo mantenermi, visto che la sacra famiglia me la sono giocata, e devo poter mantenere la mia prole, adeguatamente ai tempi, s’intende.
E siccome sto (ri)leggendo Verga, in questo periodo, un po’ di strizza me la sono messa addosso.
Da sola.
Che bel lavoro che so’ fare su me stessa. Tarparmi le ali.
In questo periodo poi, che a fare un 10.000 in pista ci ho messo 44 minuti senza troppa convinzione, dovrei stimarmi un po’ di più..
Mi chiedo cosa mi porterà la settimana, quali sorprese...
Per ora, una bella cosa: uno scambio di sms con la mamma della Bozzola, la sorella di mio figlio, tanto per dire che a noi le famiglie piacciono dolcemente complicate.
Uno scambio cortese, prudente, quasi complice, tanto più che non c'è mai stato motivo di essere rivali.
Ci abbiamo messo tre anni, ma ce l'abbiamo fatta.
Siamo un po' lente tutte e due, ma forse, e dico piano forse, c'è speranza.