giovedì 17 ottobre 2013

Vegetariano..?

E perché no?
Ci siamo accorti, strada facendo, che non mangiamo praticamente più carne e pochissimo pesce.
Pochissimo pesce non perché non ci piaccia, anzi proprio perché ci piace talmente tanto che accontentarsi di mangiare quello del supermercato, che quando arriva in tavola ha praticamente la mia età, è un'eresia. Con rispetto parlando..
Così, ci siamo arrivati anche noi, perché tanto, mettere in tavola un pasto vegetariano al giorno, non è troppo complicato e comunque Ico, all'asilo, un pezzettino di carne lo mangia.
Noi no. E mi duole ammetterlo, non mi manca. Io che ero un' appassionata della fiorentina, della tartare..
Forse è proprio vero che con l'età si cambia.. Proprio una settimana fa erra il mio ..ttesimo compleanno, festeggiato da Ico e dal principe consorte come meglio non avrei potuto desiderare, con una degna cena, naturalmente.. vegetariana.
E vediamo quanto dura..

venerdì 4 ottobre 2013

Elbaman 2013 (io c'ero)



Ore 06.00 29.09.2013 Marina di Campo, Isola d’Elba

Piove e il mare che fino a ieri è rimasto calmo, placido, uno specchio d’acqua, di verde azzurro incantevole, è cupo, scuro tanto che le boe, in lontananza, s’intravvedono appena, tra un’onda e l’altra.
La partenza dell’Elbaman è da tregenda: c’è tanto vento che non si accendono nemmeno le lanterne di carta, che col loro volo solitamente accompagnano gli atleti nel loro ingresso in acqua per la prima frazione.
Ma io oggi sarò ironman quindi, senza perplessità, allo start avanzo nell’acqua fredda, nel buio, verso quello che sarà il mio traguardo, 16 ore e 28 minuti dopo circa.
Avanzo e nuoto con gli altri: siamo sparpagliati dappertutto fra le onde che persino le canoe fanno fatica a solcare. Noi remiamo, nuotiamo, cerchiamo l’assetto, la bracciata, tentiamo di percorrere i due giri da 1.900 metri in questo mare che bisogna assecondare, domare.
Mi viene quasi da ridere pensando a quanto ho paura, io, del mare aperto, dell’infinito blu dove sto avanzando, neanche tanto lenta a dir la verità, che oggi è un infinito grigio, ribollente di sabbia, il peggio che potessi immaginare.
Dopo il primo giro nella “lavatrice”, non ho più paura e realizzo che posso farne un secondo.
All’uscita, in un’ora e 32 minuti, vedo la folla dei mezzi ironman che partono.
Tanti auguri anche a voi, penso.
Sono le otto e mezza. Vado verso la zona cambio, incontro Pietro e il nostro piccolo Federico che mi fanno le foto e mi salutano. Il tragitto verso la zona cambio è lungo, e riesco a perdere la cuffia due volte, ma sto benone: niente vertigini, niente crampi, niente dolori a parte la nuca scorticata dalla muta, come al solito, nonostante cerotti e vaselina e quant’altro...
Mi cambio, mi copro con l’impermeabile da bici che sta piovendo in maniera torrenziale e parto sul mio mezzo. Staremo insieme per oltre nove ore, anche se io ancora non lo immagino nemmeno.
Il percorso in bici che si svolge nella parte occidentale dell’isola è incantevole, condizioni atmosferiche permettendo. Oggi, ovviamente molto meno.
Giù dalla discesa di Sant’Ilario si comincia a incontrare gente nei fossi; i ragazzi che incrocio mi dicono di scendere piano.
Ok. Sarà fatto. Anche un filino troppo piano, forse, però..non voglio neanche cadere!
Il primo giro passa in poco meno di tre ore e sono abbastanza fiduciosa di poter rientrare nel maledetto cancello delle 17.30, recuperando bene nel secondo, ma non so ancora che sulla lunga e dura salita per Marciana questa volta mi aspetta nientepopodimenoche… l’inferno.
Il panorama sparisce sotto ai miei occhi mentre la pioggia torrenziale e gelida m’inzuppa: la prendo tutta fino all’abitato di Marciana dove mi fermo a rimettermi l’impermeabile che mi ero tolta. È fradicio, ma meglio che niente.
Sbatto i denti dal freddo, mi costringo a mangiare, ho le mani intorpidite ed ora mi aspettano sei terrificanti chilometri in una discesa tecnica che già di per sé, con l’asciutto è un problema.
Figuriamoci in queste condizioni, poi con le mie fantastiche capacità di discesista..!
Sono disperata, ma non ho alternative, se non avanzare.
Devo scendere, qui in alto sotto il temporale, in mezzo agli alberi, non è comunque prudente rimanere.
Mi faccio coraggio, comincio a scendere, attenta, lenta, prudente: ricordandomi di tenere la bici dritta, di guardare avanti bene la traiettoria che voglio impostare “la ruota va’ dove si posa lo sguardo. Dove l’ho letto?!”. Schivo detriti che l’acqua ha portato sull’asfalto: foglie, terriccio, ghiaia, ho paura e tremo di freddo e allora mi metto a cantare da sola, come una matta, per darmi la forza.
Come Dio vuole, riesco a scendere senza incidenti e risalire da Marciana Marina: il percorso a saliscendi mi riscalda ma sono molto stanca e molto in ritardo.
Arrivo a Marina di Campo giusto cinque minuti prima che chiuda il primo cancello e sono scoraggiata e delusa, infreddolita e infradiciata, quasi pronta a dichiararmi sconfitta.
Poi vedo Pietro con Ico, che mi dice: “Mamma, è un gioco da ragazzi!” e nonostante le lacrime di sconforto mi scappa un sorriso.
“Cosa fa’?! Si ferma? Si ritira?” chiede qualcuno “E’ dura. Non ce la farà mai..”.
“Arrabbiati!!” mi esorta Pietro “ma non arrenderti. Ormai non piove più, fatti i tuoi ultimi 60 chilometri di bici e poi corri”.
Ci guardiamo per una frazione di secondo e ci capiamo: io sola posso essere l’artefice del mio successo, ma mio marito crede in me più di quanto faccia io stessa.
Inforco la bici e riparto, ormai conscia del fatto che sono ultima ma che, costi quel che costi, arriverò in fondo.
Con l’asfalto che si sta finalmente asciugando, sulle discese ora oso, oso il più possibile. Pedalo in solitudine, ma il morale è alto, le gambe stanno bene, non sono stanca (o perlomeno, lo sono in maniera del tutto compatibile alla situazione) e ho tanta fame che quando arrivo ai ristori, oltre agli incoraggiamenti, accolgo volentieri anche gel e banane.
Sono, del tutto inaspettatamente, felice quando quasi in fondo alla discesa che porta a Marciana Marina, ancora brutta ma meno terrificante di prima, un motociclista dello staff viene ad interrompere la mia solitudine e mi si affianca.
In un colorito accento toscano m’informa che mi farà strada fino all’arrivo.
Mancano gli ultimi quindici chilometri ed io riprendo forza, pedalando bene, spedita, mentre la mia guida, arrivati a Marina di Campo, mi chiede cosa ho intenzione di fare, ora che sono arrivata.
“Adesso corro” confermo con una sicurezza che non sapevo di possedere.
“Ma ti lasciano partire?!” mi chiede, incredulo.
“Non lo so, ma io corro lo stesso. Sono venuta all’Elba per finire”. E sorrido serena, veramente contenta di essere così risoluta.
“Oh che, sei sposata?!” mi chiede del tutto incongruentemente il “mio” motociclista. Mi sembra una domanda del tutto fuori luogo (avrò capito bene, rimbambita come sono dalla stanchezza?!) ma faccio un cenno affermativo al cui lui risponde: “Tuo marito deve essere molto fiero di te. Sei proprio una dura”.
È la frase più bella di tutta la giornata e oggi sento di essermelo meritato questo complimento un po’ rude ma porto con sincero rispetto.
Arrivata in zona cambio, raccolgo qualche applauso d’incoraggiamento, il sorriso di Pietro e Federico e, cambiatami perché sono sempre zuppa come un pavesino, parto per la maratona, tra gli sguardi allibiti del giudice di gara e assistente, che prima di farmi uscire dalla zona cambio mi chiedono di restituire il chip.
Non sarò più in classifica: questo per me è un bel bagno di umiltà, ma lo accetto se è condizio sine qua non.
Per una frazione di secondo penso che sto facendo tanta fatica per niente e poi, subito dopo, invece mi ritornano alla mente le parole di Pietro, che ricalcano quelle di un altro e più famoso Pietro, il mitico Trab: “Mica lo fai per la classifica in fondo. Cos’è una classifica?! Chi la guarda più fra una settimana? Chi se ne ricorda più tra due anni? Ma tu, se finisci oggi, te lo ricorderai per sempre. Se non finisci, invece, te ne pentirai, stanne certa”.
Amo mio marito anche per questo. Perché non perde mai la testa, anzi la usa (beh, d’altra parte, ha sposato me..!).
Prima  di partire per la corsa, Pietro mi fa’ notare che il suo orologio segna le 18:18.
“Adesso non ammazzarti” mi invita alla prudenza “corri e finisci prima di mezzanotte. È il tempo limite, ma ce la puoi fare tranquillamente”.
Si, lo so anche io, e infatti corro, col mio passetto tranquillo ma efficace, fino alla mezza maratona, quando il mio stomaco decide che non ce la fa’ più e cerca di liberarsi di tutte quelle schifezze di gel che ho dovuto ingurgitare oggi, al freddo.
Sono piegata in due a vomitare l’anima quando sento una voce melodiosa che mi chiede se ho bisogno un fazzoletto. È una signora gentile e impietosita.
Rido, rido, rido e sono davvero felice di quello che sto facendo, di questa mia follia.
Come dice Aldo Rock, fare l’ironman è l’incontrario di morire.
È la vita che ti scorre così forte da far paura e così piano che puoi pensare a tutto, vedere tutto e per la prima volta sentire la tua forza, la tua volontà.
Considerazioni filosofiche a parte, cammino un po’ per dare allo stomaco un momento per assestarsi ma poi, quando il GPS decide di spegnersi e abbandonarmi per sempre, al 27° chilometro circa, capisco che non c’è nient’altro da fare se non ricominciare a correre, per arrivare in tempo.
E così corro, accogliendo il tifo dei pochi presenti rimasti tra cui i sostenitori di Pedro, il simpatico spagnolo che ho superato al penultimo giro, che vengono da Valencia e gridano “Campeona, campeona!!” ad ogni mio passaggio, mi godo gli applausi, l’incitamento dei miei due amori, il piccolo e il grande, che mi attendono ad ogni transito sul lungomare, per fortuna praticamente davanti all’appartamento che abbiamo affittato.
“Almeno” penso “Federico si potrà riposare un po’ o finirà per farlo anche lui, l’Ironman” penso.
Dopotutto, o forse prima di tutto, sono una mamma che si preoccupa..!
All’ultimo giro, Andrea, dell’organizzazione, mi affianca in bici per qualche chilometro e facendomi i complimenti per il passo, m’informa che si, nonostante non abbia il chip, nonostante abbia sforato (sfondato!) il cancello bici, mi metteranno in classifica. Sono le undici e un quarto e non sono nemmeno l’ultima ad arrivare.
Davanti all’Hotel “Villa Etrusca” incontro il “mio” motociclista, quello che mi ha scortato fino all’arrivo, che mi riconosce e mi saluta. Ci scambiamo un festoso “cinque”. “Ma ce l’hai fatta!!” esclama. “Si, che ce l’ho fatta, bello!”.
La mia gioia è anche la sua e viceversa. Quello che dicevo prima, per intenderci.
Arrivo in piazza, al traguardo, sul tappeto blu, in mezzo ai triatleti che sono arrivati poco prima e sono ancora lì e si complimentano, ai ragazzi del bike doctor che mi riconoscono e applaudono come matti, con un senso di grande gioia e appagamento, non certo per il risultato, misero anzi, miserrimo (avevo preventivato di impiegarci un’oretta di meno, accidenti!) ma per aver chiuso un conto in sospeso. Anzi, il conto in sospeso.
Per aver combattuto e vinto, non contro gli altri, ma contro me stessa, contro la paura di non farcela, contro la delusione, mia, di non aver saputo essere all’altezza delle mie stesse aspettative, contro le condizioni pessime, che peggio non si poteva, alle quali ho dato la mia personalissima risposta: io non mollo.
Oggi, ore 23.30 del 29.09.2013, sono ufficialmente una dura, una Ironwoman o come cavolo si dice..
Classifica o non classifica, io sono finisher, all’Elba, oggi, 29 settembre 2013.
E anche se dovessi saperlo solo io, mi basterà… almeno fino alla prossima avventura..!!!


Ps.: Grazie a tutti, ma davvero tutti, quelli che mi hanno scritto, mandato messaggi, sostenuto da vicino a da lontano, prima, dopo e durante.
Grazie, grazie, grazie, grazie, grazie, grazie!